Fatti della Storia

Sequestro Moro: il falso comunicato e la farsa del Lago della Duchessa

Sequestro Moro, lago della Duchessa

La vicenda dei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro è stata segnata da tanti tragici capitoli che resero quell’infinito dramma una delle pagine più significative della storia della nostra Repubblica. La strage di via Fani, le prime reazioni di uno stato forse non del tutto preparato a quell’immane avvenimento, le scelte politiche sempre in bilico tra la linea della fermezza e quella della trattativa ma anche eventi al limite della farsa che, a distanza di decenni da quei fatti, gettano più di un’ombra su tutta quella storia.

Nei meandri di quelle zone grigie trova un posto di assoluto rilievo la vicenda del Lago della Duchessa, la «macabra grande edizione della mia esecuzione» come la definirà lo stesso Moro, una messinscena che ebbe il suggestivo set in un lago di montagna, situato al confine tra Lazio e Abruzzo, le cui gelide acque rimangono giacciate per buona parte dell’anno. Era il 18 aprile del 1978 e quella che fin da subito apparve ai più come una farsa, tenne, tuttavia, con il fiato sospeso una parte del Paese che dal 16 marzo sperava in un epilogo diverso da quello che, purtroppo, si materializzerà il 9 maggio di un anno, quel fatale 1978, difficile da dimenticare. Quello che segue è il racconto di un comunicato ufficialmente redatto dai brigatisti e poi risultato un falso grossolano, la cronaca di un’operazione ardita condotta in una zona impervia, quasi impossibile e, infine, il resoconto di un corollario di commenti, polemiche e giudizi difficili da rimuovere dalla coscienza collettiva.

Il comunicato che annuncia la morte di Aldo Moro

Martedì 18 aprile 1978, una data che se l’Italia non fosse funestata dalla tragedia di via Fani, sarebbe un giorno da ricordare. Esatti trent’anni prima, il 18 aprile del 1948, gli italiani erano andati per la prima volta al voto per eleggere i propri rappresentanti in Parlamento. Il risultato che emerse da quelle prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana sancì il trionfo della Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi, capace di ottenere oltre il 48% del consenso degli italiani, un risultato che andava ben oltre ogni rosea aspettativa, certificando, come scrisse nella sua “Storia degli italiani” Giuliano Procacci «una vittoria senza possibilità di contestazione.»

Ma il tempo presente è drammatico, dominato dalla paura che corrode le fragili certezze degli italiani, non lasciando spazio ai festeggiamenti. Trentaquattro giorni prima, il 16 marzo, in una strada del quartiere Trionfale a Roma, dedicata a uno dei fondatori della Gioventù cattolica, le Brigate Rosse hanno ucciso Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino e rapito l’onorevole Aldo Moro nel corso di un’operazione terroristica spietata che si risolve in pochi, drammatici minuti.

Da quella mattina di metà marzo la clessidra che scandisce il tempo sembra essersi quasi fermata, stillando pochissimi granelli di una sabbia finissima che quando cade, però, fa un rumore assordante.
Dal 16 marzo al 18 aprile è trascorso poco più un mese, un periodo piccolo ma al tempo stesso infinito che suscita in gran parte degli italiani un umano sentimento di angoscia. Nel corso di quei trentaquattro giorni è già accaduto moltissimo, tessere di un mosaico che rapidamente si incastrano tra loro, componendo semplicemente la storia.

Dalle piazze che nelle ore immediatamente successive alla strage si sono pacificamente affollate per dire no alla paura, al governo guidato da Giulio Andreotti, un monocolore democristiano votato da una larghissima maggioranza di cui fanno parte, per la prima volta nella storia della giovane Repubblica italiana, anche i comunisti. Dai funerali degli uomini della scorta di Moro nella basilica romana di San Lorenzo fuori le Mura, alla diffusione, il 18 marzo, del primo comunicato brigatista, quello corredato dalla celebre Polaroid che ritrae Aldo Moro con in mano la prima pagina del quotidiano “La Repubblica” e sullo sfondo la bandiera con la stella a cinque punte in mezzo alla scritta Brigate rosse, la prova che lo statista è ancora vivo.

Ma alla fine del mosaico, la cui ultima, tragica tessera sarà collocata il 9 maggio, mancano ancora diversi pezzi, anche se la trama di quel funesto disegno si sta sempre più crudelmente delineando.
Uno di questi tasselli di un puzzle sempre più doloroso, è legato alla data del 18 aprile, quel giorno, poco prima delle 9.30, uno dei tanti telefoni della redazione del quotidiano “Il Messaggero” squilla, squarciando quell’intimo spazio in cui il vociare umano si confonde con il ticchettio delle macchine per scrivere, un trillo cupo che rompe la fragile armonia di una normale giornata lavorativa.

A rispondere è uno dei tanti giornalisti che incredulo ascolta una voce maschile che con un evidente accento romano fornisce le precise indicazioni per trovare in un cestino in piazza Gioacchino Belli, una busta di colore arancione con all’interno due nuovi comunicati delle Br. Le indicazioni sono giuste anche se, in verità, il comunicato che verrà ritrovato sarà solo uno ma dal contenuto devastante, specie per coloro che dal primo giorno del rapimento di Moro sperano nella liberazione dello statista.

Nel comunicato, il numero 7 per la cronaca, è esattamente scritto:

«Oggi 18 Aprile 1978, si conclude il periodo “dittatoriale” della D.C. che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la logica del soppruso [sic]. In concomitanza con questa data Comunichiamo l’avvenuta ESECUZIONE del presidente della D.C. Aldo MORO; mediante “SUICIDIO”. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava inpantanato [sic]) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località CARTORE (RI) zona confinante trà [sic] Abruzzo e Lazio. È soltanto l’inizio di una lunga serie di “SUICIDI”: Il “SUICIDIO” non deve essere soltanto una “Prerogativa” del gruppo Baader Meinhof. Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il REGIME.»

Lago della Duchessa, va in onda la pantomima

In piazza Belli, al limitare di Trastevere, arrivano subito le forze dell’ordine. Il comunicato è immediatamente analizzato, apparendo, fin da subito, anche a occhi non esperti, decisamente anomalo. A lasciare perplessi, sono i diversi, grossolani errori (sopruso con due p, tra con l’accento, impantanato con la n) la brevità del testo, l’inconsueto taglio satirico, i numerosi dati geografici più tipici di una guida turistica che di un comunicato ma, soprattutto, a suscitare più dubbi sulla genuinità di quel documento sono i riferimenti alla morte di Moro e alla sua singolare sepoltura.

Agli inquirenti quel comunicato, ufficialmente il settimo dal primo diffuso il 18 marzo e ritrovato all’interno di una macchinetta per le fototessere in un sottopassaggio di largo Argentina, appare poco credibile, al Viminale, invece, viene giudicato attendibile.

Per questo lo Stato si muove e in modo straordinario.
Sul Lago della Duchessa, collocato a 1800 metri d’altezza sulle pendici del monte Velino, in una zona spazzata da venti gelidi, dove neve e ghiaccio la fanno da mesi da padrone, giungono l’Esercito, i Carabinieri, la Polizia, la Giardia di finanza, i Vigili del Fuoco e persino il Corpo forestale.

In quell’impervia località montana che stando al comunicato ritrovato a piazza Belli dovrebbe essere la tomba di Aldo Moro, tra i tanti volti anonimi che animano quell’inopinato schieramento di forze, adeguatamente ripreso dalle telecamere delle Tv di Stato, si scorgono anche visi conosciuti. Sono quelli del vice segretario democristiano Remo Gaspari, del procuratore di Roma Giovanni De Matteo, del vicecapo della Polizia di Stato Emilio Santillo ma anche quello del comandante dei Vigili del fuoco di Roma Elveno Pastorelli che anni dopo gli italiani impareranno a conoscere nei tragici giorni di Vermicino, quando si provò, invano, a salvare la vita a Alfredo Rampi, incastrato in un pozzo artesiano dove quel bimbo troverà la morte.
Proprio Pastorelli che ha esperienza da vendere si rende conto che il manto di candida neve che circonda le acque ghiacciate del lago è completamente intatto, privo di impronte, come se nessuno vi avesse mai messo piede negli ultimi tempi.

Si accorge, altresì, Pastorelli che lo strato di ghiaccio sotto al quale dovrebbe trovarsi il corpo di Moro, è particolarmente spesso e che per romperlo potrebbe, addirittura, occorrere della dinamite. Insomma, a suo avviso è pressoché improbabile, per non dire certo che nei fondali di quel piccolo lago a forma di boomerang, non più grande di un paio di ettari, non ci sia il corpo di Moro.

Ora dopo ora, mentre un freddissimo vento sferza quella moltitudine di uomini dello Stato, i contorni di un’incredibile beffa divengono evidenti ma, ormai, non è più cronaca ma già drammatica memoria.

Sequestro Moro: il dibattito sull’autenticità del comunicato

La vicenda del Lago della Duchessa fin da subito viaggia su due direttrici, perfettamente parallele che conducono entrambe verso un approdo che assumerà il nome definitivo di farsa. Accanto all’organizzazione delle improbe operazioni in quel lembo di montagna, si mette in moto nelle stanze romane il dibattito sulla veridicità di quel comunicato, fin da subito, quantomeno, singolare.
Ai numerosi dubbi manifestati dagli esperti si oppongono le quasi granitiche certezze di una parte della politica italiana che crede o vuole credere che quel comunicato sia vero.

Nei lunghi corridoi di palazzo Cenci-Bolognetti, in piazza del Gesù, sono molti i volti commossi dei politici che da quando la notizia del ritrovamento del volantino si è diffusa, si sono recati presso quella che da decenni è storica sede della Democrazia cristiana.

Particolarmente scosso è Ugo la Malfa che senza mezzi termini parla di un giorno tragico, al pari di Giuseppe Pisanu che ammette che si stanno vivendo ore di angoscia da quando quel volantino è stato rinvenuto. Parla anche Benigno Zaccagnini, segretario della DC, colui che più di tutti ha voluto Aldo Moro alla presidenza del partito, nonostante le perplessità del politico pugliese. In un messaggio indirizzato agli iscritti, Zaccagnini fa appello alla «speranza cristiana che in questa terribile prova ci unisce a Moro e alla sua famiglia.»

Meno sicuro è Franco Evangelisti.
Quello che da anni è uno dei collaboratori più vicini ad Andreotti lascia spazio a un sottile speranza, affermando che «la matematica certezza non c’è.»
Più tardi, quando il quadro si delinea e da quella remota località montana giungono conferme che del corpo di Moro in quel lago ghiacciato non vi è traccia, iniziano a filtrare i primi commenti dubbiosi, perfettamente riassunti dalle parole di Giuseppe Bartolomei che aprendo alla speranza, afferma: «Comincia a subentrare il dubbio che si possa trattare di una crudele beffa.»

Su questa incredibile altalena che ondeggia tra disperazione e fiducia, tra autenticità e finzione, si colloca anche il ministro dell’interno Francesco Cossiga che dal 16 marzo vive sospeso tra la ragione di stato e sentimenti di amicizia e stima verso Aldo Moro.

Se nell’immediatezza Cossiga si colloca nel solco di coloro che non hanno dubbi sull’autenticità del comunicato numero sette, nelle ore a seguire, quando le immagini televisive restituiscono impietosamente i contorni di una farsa, il ministro cambia posizione, tanto che il 19 aprile, al Senato, afferma: «C’è una larga improbabilità della fondatezza dell’indicazione data dalle BR: la presenza di Moro nel lago della Duchessa.»

Ma la perplessità della politica, l’oscillamento tra autenticità e falsità riflette perfettamente il clima di quelle drammatiche ore che i giornali italiani e non solo, raccontano minuziosamente, come nel caso del “Corriere della Sera” che il 19 aprile, in prima pagina, sotto il titolo principale che sottolinea come le ricerche del corpo siano vane, colloca in taglio medio un articolo che già dal titolo dice molto: “L’autenticità del tragico volantino confermata al cinquanta per cento”
Piuttosto interessante è la chiosa del pezzo in cui viene avanzata l’ipotesi che, qualora il comunicato sia originale, la singolarità dello stesso sarebbe legata a un fine preciso dei brigatisti.

«In mancanza di certezze, come sempre trovano tutte le ipotesi. Anche sul “comunicato numero sette” ne sono state fatte tante. Quello che trova maggior credito attribuisce alle BR il volantino ma ne interpreta diversamente gli obbiettivi. Qualcuno sostiene che i brigatisti potrebbero aver voluto depistare le ricerche indicando una località lontana allo scopo di allentare la pressione in città. A questa ipotesi si ricollega quella già fatta sabato, subito dopo l’annuncio della “condanna a morte”: i brigatisti si sentono braccati per questo si giocano il tutto per tutto.»
Ma sull’infondatezza di quel volantino, su cui avanzano sospetti molti quotidiani internazionali, tra cui lo spagnolo “El Pais” che si chiede a chi giovi tutto questo, non hanno dubbi, invece, Renato Curcio e Alberto Franceschini che delle Br sono stati i fondatori. Per i due, da quasi quattro anni in carcere a seguito del sensazionale arresto nel settembre del 1974, anche un bambino si renderebbe conto che quel comunicato è falso che non è stato scritto dai brigatisti.

Le motivazioni di Curcio e Franceschini vengono spiegate più dettagliatamente dall’avvocato dei due, Gianni Guiso che a Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera e che poco più di due anni dopo verrà assassinato dai brigatisti, racconta dell’incontro con i suoi due clienti nel carcere torinese Le Nuove, penitenziario che chiuderà i battenti sul finire degli anni Ottanta:

«Quando mi hanno visto arrivare Curcio e Franceschini si sono messi a ridere: ‘Non sarai mica preoccupato? Non hai capito che quel comunicato è scritto da altre mani? Anzi sarebbe interessante sapere chi lo ha steso.»

E le mani che scrissero quel volantino, alla fine, furono individuate in quelle di Tony Chichiarelli, all’anagrafe Antonio Giuseppe Chichiarelli.
Originario di Magliano de’ Marsi, paese abruzzese in provincia dell’Aquila, Chichiarelli è noto per la sua abilità nel realizzare falsi d’autore, specie opere di Giorgio De Chirico ma non solo. L’autore del falso comunicato, anni dopo ammazzato da anonimi sicari, è, come scrive lo storico Miguel Gotor nel suo “Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica” «una figura di cerniera tra mondi diversi, in rapporti accertati con la banda della Magliana, ma anche con i servizi segreti italiani e con il nucleo dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale.»

Sequestro Moro: il vero settimo comunicato

Due giorni dopo la diffusione del falso comunicato le Br divulgano il loro, autentico settimo comunicato. Le modalità sono quelle solite, ampiamente metabolizzate in questi giorni sempre in equilibrio tra tragedia e apparente normalità.
Alle 12.10 uno dei tanti telefoni della redazione del “Il Messaggero” squilla. A rispondere è il giornalista Fabio Isman a cui una voce anonima indica dove trovare il nuovo comunicato delle Br, quello vero.

Il luogo indicato dall’anonimo telefonista è via dei Maroniti, una strada nel centro di Roma, non distante dalla Fontana di Trevi, località già utilizzata dai brigatisti in occasione del ritrovamento del quinto comunicato, quello in cui veniva annunciato che l’onorevole Moro sarebbe stato processato da un Tribunale del Popolo e che tutto sarebbe stato «reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario», promessa, poi, del tutto disattesa.

In un cestino dei rifiuti le forze dell’ordine recuperano una busta di colore rosso. Al suo interno trovano i fogli del settimo comunicato e una nuova Polaroid che ritrae Aldo Moro con una copia del quotidiano “La Repubblica” del 19 aprile, la prova tangibile che Moro è ancora vivo.

Ma la gioia per quella istantanea lascia immediatamente il campo nuovamente all’angoscia, eredità di quel comunicato, il cui contenuto ha le tristi forme di un vero e proprio ultimatum:

«Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione della liberazione di prigionieri comunisti. La DC dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non c’è ne sono altre possibili.
La DC e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo ed in caso di un’ennesima viltà della DC noi risponderemo solo al proletariato ed al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell’esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo.»

Il seguito di questa storia è drammaticamente ben noto.

Non ci sarà alcun scambio di prigionieri, nessuna liberazione ma solo la pietosa restituzione del corpo di Aldo Moro dentro il bagagliaio di una Renault rossa, a cui seguiranno due funerali, uno senza corpo in San Giovanni in Laterano e l’altro, vero, partecipato, nella piccola parrocchia di Torrita tiberina.
A proposito ancora del falso comunicato, una domanda tutt’ora rimane senza risposta, quella relativa alle reali ragioni che si celarono dietro quell’incredibile documento su cui negli anni tanto si è scritto e detto con tanto di cocenti ammissioni e imbarazzanti retromarce.

Negli anni, forse, la migliore risposta a questa domanda, al perché di quel grossolano falso e di assurda pantomima della Duchessa, l’ha fornita la Commissione Stragi, quella istituita nel corso della XII Legislatura:

«La gravità dell’episodio appare alla Commissione innegabile, anche perché una approfondita riflessione convince che la conseguenza del falso comunicato fu sull’opinione pubblica l’annuncio dell’assassinio del leader democristiano, messaggio che, anticipando il lutto rispetto al reale svolgimento degli accadimenti, rendeva l’intera società pronta ad accogliere con minore resistenza e minore sofferenza una morte che dipendeva ancora da una molteplicità di circostanze e sollecitava di fatto i brigatisti a percorrere la via cruenta.»

error: I contenuti di questo blog sono protetti!