Fatti della Storia

La morte di Giacomo Puccini

Il 3 dicembre 1924 una Milano silenziosa e a lutto saluta Giacomo Puccini, il grande compositore originario di Lucca ma milanese d’adozione morto il 29 novembre a Bruxelles, dove si era recato per provare a sconfiggere un cancro alla laringe insorto nei mesi precedenti.

Questo è il racconto degli ultimi mesi di vita di Giacomo Puccini, tra la stesura della Turandot e una malattia terribile, spietata.

L’insorgere della malattia

«Il maestro Giacomo Puccini improvvisamente aggravatosi, si è spento serenamente e senza sofferenze stamane alle undici e trenta.»

Così il “Corriere della Sera” il 30 novembre 1924 annuncia il decesso di Giacomo Puccini, avvenuto il giorno prima a Bruxelles.

Giacomo Puccini
Giacomo Puccini

Nella capitale belga il grande compositore, originario di Lucca dove era nato il 22 dicembre 1858, si reca i primi di novembre nella speranza di poter guarire da un tumore alla laringe.

I primi segni della malattia si manifestano sul finire del 1923. Mal di gola continuo, tossa secca, febbriciattola, sintomi che sulle prime Puccini derubrica a normali malesseri stagionali, ipotizzando, al contempo, che possano essere legati anche all’elevato consumo di sigarette e sigari, vizio atavico, da cui, tuttavia, non vuole separarsi, come diverse partiture bruciacchiate dalla cenere implacabilmente dimostrano.

Con l’inizio del nuovo anno quei sintomi, tuttavia, non si attenuano, anzi peggiorano. Ma Puccini non vi da troppo peso, coinvolto com’è dalla stesura della Turandot, opera alla quale il maestro tiene moltissimo e la cui scrittura prosegue non, però, come vorrebbe.

Tra la fine del 1923 e le prime settimane del nuovo anno ha completato l’orchestrazione del secondo atto, mentre quella del terzo, fino alla scena della morte di Liù, viene terminata nel mese di marzo.

Alla conclusione dell’opera ambientata in Cina mancano ancora i versi relativi al duetto tra Turandot e Calaf, un particolare non da poco, un rovello che agita il musicista tanto che non passa settimana in cui Puccini non pungoli i librettisti Renato Simone e Giuseppe Adami per ottenere una versione soddisfacente, visto che quelle fino a quel momento propostegli non lo hanno minimamente appagato.

E intanto la tosse e il mal di gola continuano a tormentarlo.

Tra lavoro e visite mediche

Per questo motivo Puccini decide finalmente di farsi visitare dal suo medico di famiglia, il dottor Vivi. Questi, visto il perdurare dei sintomi, ai quali si è aggiunta anche una fastidiosa raucedine, consiglia al suo celebre paziente di rivolgersi a uno specialista.

Alcuni giorni dopo Puccini viene visitato da un otorinolaringoiatra di Milano che, tuttavia, non trova nulla di preoccupante, tanto da prescrivergli soltanto una sessione di cure termali che il maestro effettua a Salsomaggiore senza, tuttavia, ricavarne alcun reale beneficio.

Il peggiorare di quei sintomi, all’amico Riccardo Schnabl in una lettera scrive come la faringite lo tormenti da sette mesi, convince Puccini ad andare a Firenze. Nella città che per una manciata di anni è stata la capitale del Regno, viene visitato da due diversi specialisti, il dottor Torrigiani e il dottor Toti.

Entrambi i medici forniscono una medesima diagnosi. Quei sintomi sono riconducibili a una forma tumorale che ha aggredito in modo piuttosto violento la laringe di Puccini.

Quei responsi vengono confermati pochi giorni dopo dal professor Gradenigo, un autentico luminare nel campo della otorinolaringoiatria. Il medico veneziano che da anni vive e lavora a Napoli vista la gravità della malattia propone a Puccini di recarsi a Bruxelles dove lavora e opera il dottor Louis Ledoux.

Si tratta di un medico piuttosto noto che nel suo Institut de la Couronne utilizza nella cura di alcuni tumori, oltre alle terapie tradizionali, anche la radioterapia i cui effetti sembrano sortire risultati incoraggianti.

Puccini, pur non entusiasta di interrompere la scrittura della Turandot, accetta il consiglio di Gradenigo, d’altra parte la gravità delle sue condizioni di salute impone una scelta e anche piuttosto celere.

Ecco come Puccini annuncia al librettista Giuseppe Adami con cui sta lavorando alla stesura della Turandot e che aveva già firmato i libretti di due precedenti opere, La Rondine e Il Tabarro, la decisione di recarsi nella clinica belga:

«Questo mio mal di gola mi tormenta, ma più moralmente che per la pena fisica. Andrò a Bruxelles da un celebre specialista. Partirò presto. Mi opererò? Mi si curerà? Mi si condannerà? Così non posso più andare avanti. e Turandot è li. Al ritorno da Bruxelles mi metterò al lavoro.»

Non sarà così, purtroppo.

L’intervento chirurgico, l’ultima speranza

Il 24 novembre Puccini viene operato. L’intervento chirurgico di tracheotomia, eseguito in anestesia locale dura oltre tre ore. L’equipe del professor Ledoux inserisce nella massa tumorale ben sette aghi di platino irradiato, sostenuti da uno speciale collare.

La fase postoperatoria, pur lasciando in eredità forti dolori alla gola, è buona, tanto che Fosca Gemignani, figlia di primo letto della moglie di Puccini, così scrive in una cartolina postale datata 27 novembre 1924 ad Alberto Crecchi.

«Il povero papà ha subito un’operazione gravissima, lunga e dolorosa ma tutto procede bene, regolarmente e siamo sollevati ma che ore che abbiamo passato!»

L’ottimismo di quella che Puccini considera come una figlia nel giro di poche ore volge verso il più nero pessimismo.

La sera del 28 la situazione peggiora. Il maestro sta male, i dolori sono terribili, tanto che su un foglio, l’unico mezzo di comunicazione stante la situazione clinica, Puccini scrive di avere un inferno in gola.

La mattina del 29 la situazione precipita e poco prima di mezzogiorno Puccini che tra meno di un mese avrebbe compiuto sessantasei anni, muore.

I funerali di Giacomo Puccini

Il 3 dicembre, officiati dal cardinal Tosi, si tengono nel duomo di Milano i solenni funerali. Quel mercoledì di inizio dicembre fin dalle prime ore del mattino la città rende omaggio a Puccini. Il corteo funebre che porta il feretro del grande musicista dalla camera ardente alla cattedrale è lento, solenne, attraversando una Milano immobile, ammutolita, sconvolta per la morte di quello che da anni considera come un loro concittadino.

Sulla sommità della porta centrale del duomo su un grande cartello, listato a lutto, è scritto:

«Lacrime e preghiere per Giacomo Puccini dalla gloria terrena asceso alla gloria del cielo.»

Le esequie sono solenni. Per l’occasione vengono riutilizzati i decori che anni addietro erano stati adoperati per il funerale di re Vittorio Emanuele II. Il momento più emozionante coincide con l’esecuzione da parte dell’orchestra della Scala, diretta da Arturo Toscanini, delle note della marcia funebre tratta dall’Egdar, opera che Puccini aveva composto anni addietro su libretto di Ferdinando Fontana.

I funerali di Giacomo Puccini a Milano
I funerali di Giacomo Puccini a Milano

Tra i presenti c’è anche un commosso Arnold Schönberg, compositore di fama mondiale ma soprattutto amico e grande estimatore di Puccini che in più di un’occasione sottolinea il grande dolore per quella gravissima perdita.

Al termine delle esequie le spoglie di Puccini vengono tumolate nella tomba di famiglia di Arturo Toscanini, un gesto di grande generosità da parte del direttore d’orchestra che il 25 aprile 1926 dirigerà alla Scala la prima della Turandot, l’opera che Giacomo Puccini non era riuscito a terminare e non tanto per la prematura morte, quanto per la difficoltà a trovare un degno finale che fosse in linea con quello che riteneva un capolavoro.

Nella tomba della famiglia Toscanini il corpo del musicista lucchese rimane due anni, prima di essere definitivamente traslato nell’amata Torre del Lago, il buen retiro del maestro, il luogo dove più di ogni altro il compositore adorava stare.

Di se stesso Giacomo Puccini, tra il serio e il faceto, era solito dire:

«Sono nevrotico, isterico, linfatico, degenerato, malfattoide, erotico, musico-poetico. Un uomo da bettola e bordello.»

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