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La Buona ventura del Caravaggio, un dipinto che ha fatto scuola

È uno dei capolavori dei Musei Capitolini, un dipinto di una straordinaria modernità, nonostante sia stato realizzato secoli fa.
Il suo nome? La buona ventura.
Il suo autore? Ovvio, Michelangelo Merisi, più noto come il Caravaggio.

L’esordio romano

Roma, ultimo decennio del XVI secolo, bottega del pittore Giuseppe Cesari che nella città dei papi è conosciuto più come il Cavalier d’Arpino, dalla località del frusinate che ha dato i natali anche al grande Marco Tullio Cicerone.

Lo studio del pittore da qualche tempo è frequentato da un giovane artista lombardo, dall’animo focoso, dal carattere indomito ma dotato di un indiscutibile talento che il Cesari, stando almeno a quanto racconta Giovanni Pietro Bellori nel suo “Le Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni” utilizza però «a dipinger fiori e frutta» insomma nature morte, soggetti piuttosto apprezzati dai committenti dell’epoca.

Ma quel ragazzo dai capelli corvini, dai modi spicci che talvolta sfociano in una incontrollata violenza, di seguire pedissequamente i desiderata del cavalier d’Arpino non è del tutto convinto. Per questo decide di utilizzare una tela già usata dal Cesari, come secoli dopo una specifica radiografia dimostrerà, per un soggetto che con le nature morte non ha nulla a che vedere.

Quel ragazzo si chiama Michelangelo Merisi ed è giunto a Roma, dopo un proficuo apprendistato a Milano, presso la bottega di Simone Peterzano, per diventare il migliore, per dimostrare nella capitale dell’arte e del mecenatismo il suo straordinario talento.

La genesi di un capolavoro

Quel pittore intento a dipingere e che passerà alla storia come Caravaggio, ha alle spalle, nonostante la sua giovane età (ha poco più di vent’anni) già più di un’opera, soggetti diversi ma che certificano la sua indubbia genialità.

Caravaggio

Su quella tela, sulla quale in precedenza l’Arpino aveva dipinto un’incoronazione della Vergine, Caravaggio sta raffigurando il suo primo soggetto femminile, capostipite di molte altre donne, quelle sante, eroine, madonne, tutte suggestivamente popolane che animeranno gran parte delle sue iconiche tele, basti pensare solo alla Madonna dei Pellegrini in Sant’Agostino a Roma.

Si tratta di una giovane donna, esoticamente abbigliata con tanto di turbante che nel colore riprende il candore della camicia, in parte ricoperta da uno scuro mantello.

La ragazza, un’indovina, è intenta a leggere la mano a uno sprovveduto, azzimato ragazzo, con tanto di cappello piumato, forse un viandante, di certo di buona famiglia.

Ma l’attività chiromantica esercitata da quella magnetica fanciulla, non una rarità nella Roma di fine Cinquecento, specie nei tentacolari vicoli che innervano la città papalina, è solo un abile stratagemma, un suggestivo paravento per derubare quell’ingenuo ragazzo dell’anello che porta al dito.

Caravaggio rappresenta il preciso attimo di quell’atto furtivo, fissando per l’eternità sul candore della tela il dinamismo di una scena solo apparentemente statica, perché, come ha scritto la storica dell’arte Mina Gregori, la ragazza «sembra appena sopraggiunta e ancora in atto di camminare.»

Il cardinal Francesco Del Monte, un grande mecenate

A commissionare l’opera, in cui gli unici protagonisti sono i due soggetti ritratti, figure, specie nella ricercatezza dei volti, così realistiche da sembrare vive, è monsignor Fantino Petrignani.

Umbro di Amelia, presidente della Camera apostolica, Petrignani, un grande appassionato d’arte, è uno dei primi ad ospitare Caravaggio dal suo arrivo a Roma nell’estate del 1592.

In seguito la Buona ventura finisce a impreziosire la ricca collezione di una delle figure chiave del soggiorno romano di Michelangelo Merisi: il cardinale Francesco Maria Bourbon del Monte Santa Maria.

La buona ventura del Caravaggio

Veneziano di nascita, rampollo di una nobile famiglia di origine toscana, Francesco Maria del Monte, come è più semplicemente ricordato, ottiene la berretta da papà Sisto V, nel concistoro del dicembre 1588.Personalità forte, amante dell’arte e della bellezza in genere, il cardinal Del Monte è il mecenate per antonomasia, circondandosi di giovani artisti ma anche di scienziati alle prime armi che sostiene concretamente, ospitandoli molto spesso nella sua residenza romana, a due passi da piazza Navona, edificio superbo, scrigno d’arte, in passato abitato anche da Giovanni di Lorenzo de’ Medici, nel 1513 divenuto il 217° pontefice di Roma con il nome di Leone X.

Nelle ampie sale di quello che passerà alla storia come Palazzo Madama, soggiorna anche Caravaggio che per volere del cardinal Del Monte realizza una seconda versione della Buona ventura, oggi conservata al Louvre. Quest’ultima, in seguito donata a Luigi XIV dalla famiglia Pamphilj e personalmente consegnata a Parigi da Gian Lorenzo Bernini, differisce dalla prima versione per pochi piccoli ma non trascurabili dettagli. Il gioco di ombre che si profila alle spalle della giovane indovina ma anche la raffigurazione del ragazzo che nel dipinto “francese” appare più spavaldo, più sicuro di sé, atteggiamenti che però non lo salveranno dal sofisticato furto dell’anello.

Le altre versioni del capolavoro caravaggesco

Il soggetto della Buona ventura fu il capostipite di molte versioni realizzate da diversi pittori, a partire da Bartolomeo Manfredi, allievo del Caravaggio che nel 1616 dipinge una sua buona ventura, decisamente più animata, per la presenza di altre due figure rispetto a quella del maestro.

La buona ventura del Manfredi

Nello stesso secolo che vide la morte prematura e mai del tutto chiarita di Michelangelo Merisi, altri artisti si misurano con questo fortunato soggetto. Dal parigino Simon Vouet, uno dei massimi esponenti del cosiddetto caravaggismo, al connazionale Georges de La Tour che nel 1630, al tempo di Urbano VIII, realizza un’animata sua versione del capolavoro di Caravaggio, ponendo al centro della scena un giovane dallo sguardo sospettoso, circondato da quattro donne, ognuna delle quali svolge un preciso compito nell’abile raggiro che si sta per verificare.

Ma forse la più intensa rappresentazione del soggetto caravaggesco appartiene all’olandese Gerrit van Honthorst, più noto come Gherardo delle Notti che nel 1615 dipinge una sua buona ventura. La scena intima, probabilmente inserita in un contesto di una privata dimora, è dominata da una procace e sorridente indovina che sta per predire a un uomo il futuro, a cui fa da contraltare il volto di una donna anziana che nella suggestiva ragnatela di rughe che definiscono il viso ricorda e non poco una della tante donne dipinte da Caravaggio.

La tela di Gerrit van Honthorst riflette una narrazione scandita da un magnetico gioco di luci e ombre, inevitabile eredità del pittore lombardo, perfettamente reso dalla fiammella, cifra assoluta dello stile dell’artista originario di Utrecht che irradia il volto della chiromante, lasciando volutamente nell’ombra del mistero l’azzimato giovane.

A proposito dell’indovina della Buona ventura dei Capitolini Andrew Graham-Dixon nel suo “Caravaggio vita sacra e profana” ha scritto:

«È una bellissima maliarda, un’esotica imbrogliona che alla sua vittima, oltre all’anello dalla mano che essa, quasi in trance, le cede, ruba certamente anche il cuore.»

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