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“Gli attori sono solo venditori di parole.” Totò e i suoi film

Una delle critiche più frequenti che alcuni esperti di cinema rivolsero a Totò, quando era ancora in vita, riguardava la scarsa qualità di molti suoi film, giudicati decisamente modesti. Al punto che questi censori senza appello coniarono persino un termine per indicare tali pellicole: «totòate».

Accuse forse anche fondate, ma oggettivamente spietate.  Perché, soprattutto, non tenevano conto di ciò che il grande attore napoletano aggiungeva sempre a quei film, rendendoli, alla fine, comunque godibili, se non addirittura spassosi e questo il più delle volte grazie al suo incredibile talento.

L’arte dell’improvvisazione di Totò

Totò, infatti, come ebbe a dire Mario Soldati, pur venendo dalla tradizione napoletana, quella legata a Pulcinella, fu uno straordinario innovatore perché «allargò il linguaggio napoletano, adottando parole, espressioni, intonazioni prese da tutti i dialetti d’Italia.»

E quelle innovazioni, quella lingua inventata attraverso la fusione di mille lingue ma anche molto altro furono la personalissima firma che Totò pose sui suoi film, anche in quelli oggettivamente meno belli che, però, grazie a una battuta folgorante, molto spesso neppure in copione, o una mimica indimenticabile, diventavano assolutamente degni di essere visti. In buona sostanza, la pochezza di molte sceneggiature, spesso più simili a bozze che a veri e propri copioni, venivano superate da una delle più grandi doti attoriali di Totò: l’improvvisazione.

Totò semplicemente durante le riprese creava, andava a braccio e se la spalla lo seguiva  -Mario Castellani in tal senso era l’attore perfetto per sostenere l’improvvisazione di Totò- il risultato finale, anche a fronte di una sceneggiatura largamente insufficiente, era garantito.

In tal senso emblematico è quello che accade sul set di Che fine ha fatto Totò baby. Si tratta di uno degli ultimi film di Totò, diretto da Ottavio Alessi, alla sua prima regia. Questa pellicola appartiene al genere parodistico, molto in voga in quegli anni, e che vede Ciccio Ingrassia e Franco Franchi tra i maggiori e migliori interpreti. Un genere, tuttavia, di cui proprio Totò era stato un autentico pioniere. Titoli come Fifa e arena o Totò le mokò erano state pietre miliari del genere parodistico.

Che fine ha fatto Totò baby parodiava il capolavoro firmato da Rorbert Aldrich del 1962, con Bette Davis e Joan Crawford.

Nel corso di uno dei primi ciak di Che fine ha fatto Totò baby, il grande attore napoletano a Piero De Vico che nel film è il fratellastro di Totò, dopo averlo preso in disparte gli dice:

«Ho letto il copione di questo film e fa schifo. Adesso tu segui me e facciamo una grande scena, improvvisiamo tutto.»

E così fu e, per l’ennesima volta Totò salva con il suo sconfinato talento l’intera baracca.

Tuttavia, Totò soffriva per quei copioni bislacchi e maggiormente per le inevitabili  critiche negative sui suoi film, pur consapevole che molti di quelli non fossero dei capolavori. Anzi, se possibile, era persino più severo dei suoi detrattori. Delle quasi cento pellicole alle quali prese parte — a partire da Fermo con le mani di Gero Zambuto, del 1937 — dichiarò più volte di considerarne riuscite soltanto poche.

Guardie e ladri e non solo

Apprezzava sicuramente Guardie e ladri, diretto da Mario Monicelli e interpretato al fianco di Aldo Fabrizi. Nel film vestì i panni del landruncolo Ferdinando Esposito, ruolo che gli valse un Nastro d’Argento.

Gradiva molto anche L’oro di Napoli, diretto da un altro gigante del cinema italiano, Vittorio De Sica. Questo lo volle nel ruolo di don Saverio Petrillo, il celebre «pazzariello», nell’episodio Il guappo.

In questo ristretto novero Totò inseriva anche Una di quelle diretto da Aldo Fabrizi con Lea Padovani e Peppino De Filippo. Pellicola da Totò definita «sfortunata», nella quale l’attore napoletano mostrò tutto il suo talento drammatico. Ma non bastò.  Non fu, infatti, compreso dal grande pubblico, con enorme dispiacere dell’artista.

Altri film che piacevano a Totò

Al Principe della Risata non dispiacquero neppure Siamo uomini o caporali? e Totò, Peppino e la malafemmina. Apprezzato, pure, Totò cerca moglie. soprattutto per un divertentissimo sketch. Totò fu molto legato anche a Napoli milionaria di Eduardo De Filippo. Il grande commediografo volle Totò a tutti i costi, cucendogli addosso il personaggio di Pasquale Miele, assente nella commedia teatrale originale. Totò ricambiò la stima e l’affetto per Eduardo rifiutando qualsiasi compenso.

Era affezionato anche a Yvonne la nuit, a Il coraggio — di cui fu anche soggettista — e soprattutto a Totò e Carolina.

Yvonne la nuit, diretto da Giuseppe Amato, rappresentò il suo primo ruolo non comico. Un esperimento accolto, purtroppo, tiepidamente sia dalla critica sia dal pubblico.

Non ebbe miglior sorte Totò e Carolina, diretto da Mario Monicelli, con soggetto di Ennio Flaiano e sceneggiatura di Age e Scarpelli. Questa commedia dai toni drammatici, che mise in luce l’assoluta grandezza di Totò, non incontrò tuttavia il favore del pubblico, anche a causa delle polemiche censorie e politiche che ne accompagnarono l’uscita.

La novità di Uccellacci e uccellini

Forse, però, il film di cui il Principe era più orgoglioso era Uccellacci e uccellini, di Pier Paolo Pasolini, opera della quale Totò — superate le iniziali incertezze — si dichiarò estremamente soddisfatto, nonostante fosse stato fisicamente difficile girarlo. Il film, infatti, fu girato in gran parte in esterno e non come di consueto in un teatro di posa.

A proposito di quelle difficoltà Totò al giornalista Giacomo Gambetti  ebbe a dire:

«Sono state scene faticose, molto faticose; camminare nel fango, nella melma, nelle sabbie mobili. Pasolini certe volte cerca i posti più impensati, e del resto ha ragione lui, perché i risultati sono molto belli, non sono comuni. »

Insomma, una manciata di titoli, una percentuale ridottissima rispetto all’intera filmografia dell’attore, ma probabilmente non del tutto rappresentativa del valore complessivo del suo lavoro.

Totò era sì autocritico verso il proprio operato, ma anche estremamente accondiscendente. A chi gli proponeva un copione, perfino quando era evidente che non si trattasse di un capolavoro, non sapeva dire di no. Era consapevole, come dichiarò in un’intervista, che i produttori — più interessati al botteghino che al valore artistico — avessero trovato in lui la formula perfetta per fare quattrini: «Mettiamo Totò e tutto andrà bene».

Ciò che contava non era il soggetto, la sceneggiatura o la regia, ma soltanto la presenza di Totò.

Il lavoro, innanzitutto

Perché allora non si oppose mai a questo meccanismo? Per pigrizia, come ammise più volte. Per rispetto dei ruoli, per innata educazione, ma soprattutto per una forma quasi ancestrale di rispetto verso il lavoro. Ma anche per umanissima necessità. Totò, infatti, non si vergognava, aveva bisogno di guadagnare. A chi gli chiedeva perché facesse tanti film, serafico rispondeva: «La vita costa. Io mantengo venticinque persone, duecentoventi cani.»

Questa deferenza nasceva probabilmente dall’aver conosciuto la fame per molti anni, calcando i palcoscenici dei teatri di infimo ordine dell’Avanspettacolo. Luoghi spesso degradati, nelle mani di impresari senza scrupoli, ma autentiche palestre di vita. In quei teatrini il pubblico non andava tanto per assistere allo spettacolo ma per dileggiare il malcapitato di turno. Gli attori erano, infatti, sottoposti a sberleffi di ogni tipo. I più sfortunati, persino, a veri e propri lanci di ortaggi.

Siamo venditori di parole

La lunga filmografia di Totò alterna così opere di grande rilievo a prodotti più modesti. Eppure, in ciascuna delle novantasette pellicole alle quali prese parte, l’attore diede sempre il massimo, nobilitando ogni film, anche il più insignificante.

A proposito del rapporto con le sue opere, Costanzo Costantini raccontò ciò che Totò pensava della propria carriera. Con il giornalista il Principe ammise di non considerarsi un grande attore e aggiunse che, anche qualora lo fosse stato davvero, non sarebbe cambiato nulla. Perché gli attori, a suo dire, anche quelli eccelsi, sono soltanto venditori di parole. Non sono artigiani come un falegname che, almeno, lascia qualcosa di concreto, come un tavolo o una sedia.

Parole di grande umiltà, smentite tuttavia dal tempo. A distanza di decenni dalla sua morte, infatti, i film di Totò continuano a essere trasmessi in televisione e, sui social, il suo nome, le sue battute e la sua magnetica fisicità risultano più attuali che mai.

Alla fine, proprio come il tavolo di quel falegname, il talento di Totò è rimasto inciso nel tempo. Per sempre.

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