Fatti della Storia

Quando fu annullata la prova d’italiano alla maturità

Vigevano, comune lombardo in provincia di Pavia, è celebre per molti motivi.

È rinomata per la mastodontica piazza Ducale, una delle più grandi d’Italia.

Ma è famosa pure per la produzione di calzature che, specie nel secolo scorso, ne hanno fatto una sorta di capitale italiana della scarpa.

Nondimeno, la cittadina che fu uno dei centri più significativi del ramificato potere degli Sforza è nota anche per essere l’ambientazione di alcuni tra i più importanti romanzi di Lucio Mastronardi. Dal più celebre Il maestro di Vigevano — portato sul grande schermo da Elio Petri nel 1963 con Alberto Sordi nei panni del maestro Antonio Mombelli — ai meno noti Il calzolaio di Vigevano e Il meridionale di Vigevano.

Ma negli anni Settanta del secolo scorso Vigevano assurse ai fasti della cronaca per un fatto che, a raccontarlo oggi, sembra impossibile: tanto fu assurdo, inconcepibile.

L’Italia del 1976

Corre l’anno 1976, l’estate è cominciata da una manciata di giorni. Nelle radio impazzano molte canzoni: da Ancora tu di Lucio Battisti, in testa da settimane nelle classifiche dei dischi più venduti, a Non si può morire dentro di Gianni Bella, uscita da poco.

Nelle sale cinematografiche gli italiani ridono ancora con Il secondo tragico Fantozzi, diretto da Luciano Salce, ma apprezzano anche Todo modo di Elio Petri, con Marcello Mastroianni e Gian Maria Volontè.

Un pacchetto di sigarette estere costa 700 lire; più economiche sono le bionde nostrane, il cui prezzo varia tra le 300 e le 400 lire.

Il governo della Repubblica è presieduto da Aldo Moro, che per la quinta volta ricopre tale incarico, anche se a breve lascerà il posto a Giulio Andreotti in quello che passerà alla storia come il “Governo della non sfiducia”.

L’esecutivo guidato da Moro, l’ultimo della VI legislatura, è un monocolore democristiano con, tra gli altri, Mariano Rumor agli Esteri, Francesco Cossiga agli Interni, Arnaldo Forlani alla Difesa e Franco Maria Malfatti all’Istruzione.

Proprio quest’ultimo ministro — che dal luglio 1970 al marzo 1972 aveva ricoperto la prestigiosa carica di Presidente della Commissione europea — suo malgrado diventerà celebre in quei giorni di inizio estate.

Una singolare telefonata

Il 30 giugno, intorno alle 13:00, il telefono dell’Istituto scolastico privato San Giuseppe di Vigevano inizia a squillare.

A rispondere, mentre le altre consorelle sono a tavola, è la preside: suor Delia, al secolo Maria Calvia.

Dall’altra parte della cornetta una voce maschile si presenta come il provveditore agli studi Fausto Bardella.

Chiama da Roma per conto del ministro e chiede qualcosa di decisamente singolare. Suor Delia, infatti, dovrà aprire la busta contenente le tracce dei temi sui quali, l’indomani, 335.000 maturandi si confronteranno per la prima prova della maturità di quel 1976.

Le tracce dal 28 giugno sono chiuse nella cassaforte della presidenza; a farlo è stata proprio suor Delia, consapevole che quella busta sigillata non possa essere assolutamente aperta se non il giorno dell’esame scritto d’italiano.

Ma quel tal Bardella insiste. Dice che una delle tracce contiene un errore e che va immediatamente corretto, onde evitare, l’indomani, una pessima figura a livello nazionale.

La preside tentenna, prova a far presente che si tratta di una procedura insolita, anzi del tutto vietata. Ma il provveditore è risoluto e non demorde. Anzi sottolinea l’urgenza di aprire quella busta, prefigurando conseguenze negative per l’istituto qualora ciò non avvenisse.

Suor Delia, allora, cede. Apre la cassaforte, fa saltare il sigillo della busta e legge con voce esitante le diverse tracce.

Poi, terminata la dettatura di quei segretissimi titoli, attende con ansia la risposta del provveditore che, però, non arriva.

Il telefono, infatti, rimane muto. Dall’altra parte della cornetta non c’è più nessuno: solo un inquietante silenzio.

Bardella o, meglio, colui che si è spacciato per tale, ha semplicemente riattaccato dopo aver preso nota di quanto letto da suor Delia.

Quell’improvviso silenzio è la prova più evidente che la telefonata è anomala e preoccupante.

Le incredibili conseguenze

Forse a chiamare non è stato il provveditore Bardella. Forse suor Calvia non avrebbe dovuto eseguire quanto ordinato.

Ormai, però, non si può più riparare al danno: occorre solo attendere, sperando che quella possibile burla non abbia tragiche conseguenze.

La speranza della religiosa dura il tempo di un amen.

Sul far della sera, quando la storia della telefonata non è più un segreto, arrivano inevitabili le dichiarazioni del ministro Malfatti.

Il peggiore degli incubi che da ore turba la quiete di suor Delia si è tragicamente materializzato, tanto che il ministro Malfatti dichiara:

«In conseguenza di un deplorevole incidente accaduto in un Istituto secondario superiore che ha determinato la conoscenza preventiva dei temi relativi alla prova scritta di italiano per tutti i tipi di scuola e di matematica limitatamente agli istituti magistrali, il ministro per la pubblica istruzione, al fine di comunicare nuovi temi, ha oggi, con propria ordinanza, così modificato il calendario di esame: domani giovedì non si terrà nessuna prova».

La complessa macchina della maturità — 335.000 studenti interessati, 5.500 commissioni in tutta Italia e 35.000 esaminatori per una spesa di decine di miliardi — si è inceppata inesorabilmente.

La brutta figura è palese, colossale, ma comunque in parte rimediabile.

Il giorno dopo, mentre moltissimi maturandi festeggiano il rinvio, sui giornali impazza la polemica politica.

Al centro di tutto è il governo Moro.

Soprattutto, però, vengono messi in discussione, i rapporti che regolano lo Stato italiano e le scuole private. A farlo sono, in particolare, il Partito Repubblicano e quello Liberale.

Suor Delia, l’unica responsabile

Suor Delia, intanto, psicologicamente devastata per l’accaduto, viene rimossa dall’incarico e messa a riposo.

Non solo l’onta della vergogna per essere diventata famosa suo malgrado. Suo Delia subisce anche altro. Il forzato allontanamento dal ruolo di preside che ricopriva da svariati anni e persino l’indagine penale per rivelazione d’ufficio.

Accusa che cade dopo quasi due anni, quando il pretore di Vigevano, Vittorio Perillo, proscioglie la religiosa perché il fatto non costituisce reato.

Quel 7 marzo 1978, quando il mondo politico è animato dal tentativo di Moro e Berlinguer di dare vita al primo governo retto da democristiani e comunisti, suor Delia non è in aula ad ascoltare la sentenza.

È in convento, chiusa in quel silenzio in cui si è trincerata dal giorno di quella maledetta telefonata.

La prova d’italiano, in quella calda estate del 1976, alla fine si terrà lo stesso, con buona pace dei maturandi. Si svolge regolarmente il 5 luglio. Lo stesso giorno in cui vengono eletti i presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Pietro Ingrao e Amintore Fanfani.

Per la cronaca, le tre tracce dei temi comuni a tutti gli indirizzi scolastici non sono proprio così banali. La contemporaneità della poetica dantesca. Ma anche un brano tratto da Lettera a una professoressa di Don Milani. E, infine, il tema di argomento storico sui movimenti nazionali nell’Europa centrale e orientale dal 1848 alla Seconda guerra mondiale.

A proposito delle tracce dei temi, Natalia Ginzburg ne salvò una sola, quella tratta da Lettera a una professoressa di Don Milani, l’unico per lei davvero attuale. Sugli altri il giudizio fu del tutto negativo. Per la scrittrice si trattò di «temi degli anni passati, troppo difficili per un ragazzo.» Il motivo? semplice quei temi costringono uno studente «a condurre il proprio pensiero o in una zona confusa, o una zona dove intreccerà lunghe collane di luoghi comuni.»

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