Il 12 settembre 1979, in una stanza di una modesta madrasa dove vive l’Ayatollah Khomeini nella città santa di Qom, Oriana Fallaci realizza una delle sue interviste più coraggiose e celebri.
Questo è il racconto di quello storico incontro.
Un’intervista non facile
«È un vecchio, molto vecchio. Da vicino non incute affatto la paura che distribuisce dalle fotografie. Forse perché appare così stanco e una misteriosa stanchezza gli torce i lineamenti. O un misterioso scontento?»
Il vecchio in questione, ritratto con parole sospese tra un profilo fisico e uno psicologico, altri non è che Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī, l’uomo più potente dell’Iran, colui che mesi prima è salito al potere, al termine della rivoluzione che ha costretto alla fuga lo scia di Persia.
Qom, Iran, 12 settembre 1979. Dopo diversi giorni di snervante attesa la giornalista Oriana Fallaci, corrispondente per il Corriere della Sera, può finalmente incontrare l’Ayatollah Ruhollah Khomeini.
Il leader della rivoluzione riceve la giornalista fiorentina non nella capitale Teheran, bensì a Qom, la città santa degli sciiti, il luogo dove ha scelto di vivere dal ritorno dall’esilio parigino.
Il caldo è opprimente, il sudore si appiccica alla pelle, l’aria è irrespirabile ma non solo per motivi climatici.
A rendere la situazione oltremodo tesa è il contesto stesso. Perché porre domande a Khomeini, uno degli uomini più potenti e temuti al mondo, non è un lavoro semplice, specie se a fare le domande è una donna, al cospetto di soli uomini, oltretutto tutti ferventi musulmani.
Oriana ha due possibilità. Può realizzare un’intervista soporifera, ponendo domande di circostanza, comode e indolori. Oppure, può decidere di scendere nell’arena, indossare la corazza ed essere solo sè stessa, la giornalista che da decenni il mondo ci invidia.
Inutile dire cosa scelga. D’altra parte, per essere lì, Oriana si è messa totalmente in gioco, come sempre.
Intervista a Khomeini: il rigido protocollo per Oriana
L’attesa che precede l’intervista è satura di inquietudine. Prima una lunga anticamera, ben due settimane prima di essere ricevuta.
Poi l’imposizione di rigido protocollo, indispensabile per essere ammessa davanti alla Guida Suprema.
Le regole sono chiare, insindacabili. Niente smalto, men che mai rossetto. Per gentile concessione le viene concesso solo un poco di matita marrone sotto le palpebre.
Chiare anche le norme riguardo l’abbigliamento. Bandita la gonna. Sono concessi solo pantaloni, a patto che siano neri, colore che contraddistingue anche la camicetta. Su entrambi i capi la Fallaci deve indossare un mantello, nero anch’esso. Questione capelli. Mostrarli è assolutamente inaccettabile. Per questo ecco un foulard, ovviamente nero, su cui mettere l’immancabile chador.
La nera vestizione è completa.
Ma quell’outfit se limita Oriana da un punto di vista fisico, non la influenza minimamente nel suo lavoro di giornalista.
Come in passato, non accetta domande preordinate: sarà lei a condurre l’intervista ponendo tutti gli interrogativi che ritiene opportuni.
Le domande che a breve la Fallaci sciorinerà saranno molto probabilmente scomode per quell’uomo che «soffre a reprimere le tentazioni della carne». Ognuna di quelle produrrà certamente fastidio in quel vecchio dalla «candida barba lanosa», dalle «labbra umide e sensuali.»
L’intervista a Khomeini: al bando le domande scontate
E fin dalla primissima domanda che pone l’accento sulla mancanza di libertà in Iran, si comprende la linea che la giornalista italiana, da pochi mesi cinquantenne, vorrà mantenere per l’intera durata dell’intervista.
Khomeini, tuttavia, non si scompone o, almeno, non lo dà a vedere. Risponde «distaccato e benevolo, centellinando una voce così bassa da suonare un sussurro.»
All’accusa di essere un dittatore, di aver instaurato in Iran un regime fascista, mettendo la sordina alla stampa non di regime, il leader sciita replica con calma ma pure con vigore, non mostrando alcun cedimento.
Nondimeno è fermo sulla denuncia di aver ridotto al silenzio l’opposizione — specie quella comunista — con torture e carcere duro, e di aver fatto uccidere le donne solo perché accusate di adulterio.
Oriana Fallaci, nonostante la notevole pressione e la calma olimpica di Khomeini, non arretra di un millimetro, continuando a incalzare l’Imam.
Come sei anni prima, quando aveva intervistato lo scia Reza Pahlavi mettendolo subito spalle al muro, anche questa volta Oriana non teme di scoperchiare il vaso di Pandora.
L’intervista al leader iraniano si traduce in uno scontro durissimo, in cui intervistato e intervistatrice si sfidano a duello, affondando colpi chirurgici, spietati. Sulla pedana Khomeini e la Fallaci assomigliano a due schermidori esperti, astuti, mai davvero domi.
Intervista a Khomeini: la ribellione di Oriana

L’acme in quell’afoso incontro di fine estate viene raggiunto quando Oriana Fallaci pone la domanda sul chador, sottolineando come non sia un semplice indumento ma il simbolo della segregazione delle donne.
La risposta di Khomeini è netta, algida, velenosa. Alle illazioni sul chador risponde che «se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene».
Oriana non chiede di meglio. Dopo aver definito Khomeini «molto gentile» per quella generosa concessione, decide di compiere un gesto clamoroso. In un baleno, sotto lo sguardo esterrefatto di tutti, si sfila il chador. Una volta libera da quello che definisce «questo stupido cencio da Medioevo» pone l’ennesima domanda, forse la più difficile tra tutte.
«Però mi dica: una donna che come me ha sempre vissuto tra gli uomini mostrando il collo e i capelli e gli orecchi, che è stata alla guerra e ha dormito al fronte con i soldati, è secondo lei una donna immorale, una vecchiaccia poco perbene?»
L’incipit della risposta di Khomeini, in cui ribadisce la centralità del chador, emblema della rivoluzione, è più che mai caustico: «Questo lo sa la sua coscienza.»
L’intervista prosegue. La Fallaci pone altre sei domande, compresa una provocatoria sulla musica di Bach, Beethoven e Verdi.
Infine, arriva l’ultima. È incentrata sulla possibilità di una guerra civile, inevitabile approdo di quel malessere diffuso in un popolo che si sente tradito dalla rivoluzione stessa.
La replica di Khomeini non si fa attendere. «Questo le rispondo: noi siamo un bambino di sei mesi. La nostra rivoluzione ha soltanto sei mesi. Ed è una rivoluzione che è avvenuta in un Paese mangiato dalle disgrazie come un campo di grano infestato dalle cavallette: siamo all’inizio della nostra strada. E cosa volete da un bambino di sei mesi che nasce in un campo di grano infestato dalle cavallette, dopo duemilacinquecento anni di cattivo raccolto e cinquanta anni di raccolto velenoso?».
Poi, su quell’intervista, durata quasi due ore, scende inesorabilmente il sipario.
Dopo aver rassicurato la sua interlocutrice che il presunto malessere degli iraniani è solo il prodotto mediatico delle chiacchiere messe in giro da coloro «che si definiscono comunisti o democratici e diosacché» Khomeini si congeda con uno stizzito «addio», seguito dall’obbligatorio «insciallah.»

