Fatti della Storia

La truffa della tiara nella Parigi di fine Ottocento

Quando il 1° aprile 1896 Albert Kaempfen, direttore dei Musei nazionali francesi, presentava con visibile orgoglio l’ultimo acquisto per il prestigiosissimo Louvre, per il quale si era speso in prima persona, non poteva certo immaginare che quel 1°aprile, giorno tradizionalmente legato alle burle, lo avrebbe segnato per sempre e, purtroppo per lui, non positivamente.

Anatomia di una truffa

L’oggetto che Kaempfen mostrò con incontenibile soddisfazione alla stampa, opportunamente convocata, era o, meglio, sarebbe dovuto essere, un’antica e preziosissima tiara, risalente all’inizio del II secolo a.C. o, al massimo, alla fine del III e appartenente al leggendario sovrano sciita Saitapharnes.

Peccato, solo, si trattasse di un clamoroso falso.

Ma andiamo con ordine.

Albert Kaempfen
Albert Kaempfen

Quando Albert Kaempfen, dal 1882 anche direttore dell’Ecole du Louvre, vide per la prima volta la tiara, riccamente istoriata con scene di vita quotidiana e, addirittura, con raffigurazioni dell’Iliade, semplicemente non resistette, desiderando ardentemente acquistarla.

Pur certo del suo innato fiuto, decise comunque di chiedere il parere di alcuni esperti.

Nei giorni a seguire la tiara, uno straordinario manufatto in oro, fu visionata da due eminenti archeologi, i professori Antoine Heron de Villefosse e Salomon Reinach che rimasero abbagliati da tanta meraviglia e, in particolare, dall’iscrizione in greco che così recitava:

“Il consiglio e i cittadini di Olvia onorano il grande e invincibile re Saitapharnes.”

Un imperdonabile errore

Forte dell’autorevole, duplice placet, Kaempfen autorizzò l’acquisto della tiara, pagata la considerevole cifra di 150.000 franchi d’oro, soldi che il direttore prelevò direttamente dal fondo per i musei nazionali, rimpinguato negli anni precedenti con la vendita dei gioielli appartenuti ai monarchi francesi, a Napoleone III e a sua moglie Eugenia.

Forse per la stratosferica somma saldata o per il fatto che al momento dell’acquisto Parigi avesse superato sul filo di lana Londra e Berlino, sta di fatto che nei giorni successivi al 1° aprile 1896, l’attenzione mediatica intorno alla Tiara di Saitapharnes fu indescrivibile, coinvolgendo giornalisti, orafi, semplici curiosi ma, soprattutto, l’archeologo tedesco Adolf Furtwängler.

Adolf Furtwängler
Adolf Furtwängler

Questi studiando attentamente il prezioso manufatto, notò alcune evidenti incongruenze.

In particolare, Furtwängler osservò come la ponderosa tiara, quasi 500 grammi di peso, fosse del tutto priva dei segni del tempo. Inoltre, notò come lo stile non era compatibile con il periodo artistico presunto ma, al contrario, con tempi decisamente più recenti.

Le osservazioni dell’archeologo tedesco, rilanciate dalla stampa francese, in particolare da “Le Figaro” e supportate anche da successive valutazioni di altri autorevoli esperti, gettarono il direttore nel più totale panico.

Nelle pieghe di un falso

Sulle prime Kaempfen, a cui una certa stampa imputò anche le origini svizzere pur essendo nato a Versailles, luogo legato a re e regine come Maria Antonietta, provò a difendere l’autenticità della Tiara di Saitapharnes ma con risultati risibili.

L’eco, infatti, di quella sempre più probabile truffa ordita ai danni di uno dei musei più famosi al mondo, valicò facilmente i confini francesi, riverberandosi nella lontana Odessa.

Nella città placidamente adagiata sulle rive del Mar Nero che anni dopo divenne teatro del celebre ammutinamento dall’equipaggio della corazzata Potëmkin, viveva Israel Dov-Ber-Rouchomovsky.

Orafo di professione, Rouchomovsky, vedendo la foto della tiara sui giornali, riconobbe una sua creazione.

Sulle prime l’artista che raccontò come avesse realizzato quell’oggetto per due mercanti d’arte, i fratelli Schapschelle Hochmann e suo fratello Leiba, non fu creduto.

Ma la vendetta è un piatto da servire freddo.

Rouchomovsky, nel frattempo invitato a Parigi, espose le prove inequivocabili di come quella tiara fosse sua e non di un ignoto artista sciita del II secolo a.C.

Se il povero Kaempfen fu esposto a una vera e propria gogna mediatica, con il risultato di inevitabili dimissioni da ogni carica perfezionate nel 1904, per Rouchomovsky, invece, si trattò di un autentico trionfo.

L’orafo originario di Odessa fu acclamato in ogni dove, ricevendo numerose commissioni, titoli e interviste sui giornali, e, persino, la stima incondizionata della famiglia Rothschild.

Nel frattempo la tiara, con buona pace dell’invincibile re Saitapharnes, da pezzo pregiato del Louvre divenne l’oggetto della vergogna, risucchiata dai magazzini del museo parigino, dove fu rapidamente dimenticata, passando dalle luci della ribalta al totale oblio.

Sic transit gloria mundi.

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