Argentina-Inghilterra giocata a Città del Messico il 22 giugno 1986 non fu una semplice partita di calcio. Fu un pezzo di storia dello e non solo. Quell’incontro, dai profili di tragedia dramma shakespeariana, almeno per gli inglesi, assunse contorni “divini”.
In quattro minuti, dal 51 al 55 del secondo tempo, andò in scena qualcosa di irripetibile, un romanzo il cui protagonista fu un solo giocatore: Diego Armando Maradona. El pibe de oro, infatti, segnò due reti decisive. La seconda di una bellezza unica; l’altra, la prima, decisamente singolare, meglio unica.
Diego Armando Maradona ha segnato nella sua inarrivabile carriera in tutti i modi. Con il suo magico sinistro, quello che ipnotizzava gli avversari; ma pure con il destro, piede meno raffinato ma non per questo meno efficace. E poi ha fatto goal di testa, nonostante, oggettivamente, non fosse un gigante.
Ma forse la rete più celebre non la fece né di piede, tantomeno di testa ma, incredibilmente, di mano.
Questo è il racconto della “Mano de dios”, di un goal che entrò nella storia e non solo per motivazioni sportive. Quella rete, infatti, fu l’apoteosi dell’ingiustizia per i sudditi di Sua Maestà Britannica. Per gli argentini, invece, il segno della giustizia divina.
Due grandi squadre a confronto
Città del Messico, stadio Azteca, domenica 22 giugno 1986. Alle 20 in punto, ora italiana, l’arbitro Ali Bin Nasser, della federazione tunisina, dà il fischio d’inizio della partita più attesa tra quelle fino a quel momento disputate in occasione della 13ª dei Mondiali di calcio che si tengono in Messico.
A rendere unico quell’incontro non è solo la tradizione calcistica delle due squadre in campo ma qualcosa che va oltre l’aspetto meramente sportivo.
A sfidarsi nel terzo dei quattro quarti di finale previsti, (i primi due già disputati hanno visto primeggiare Francia e Germania dell’Ovest su Brasile e Messico, ma solo dopo i calci di rigore) sono in rigoroso ordine di sorteggio, Argentina e Inghilterra.
Due corazzate calcistiche, due formazioni temibilissime, entrambe con tantissimi campioni. Tutte e due con un mondiale a testa vinto seppur con modalità non proprio limpidissime.
L’Argentina si era imposta, nel mondiale giocato in casa nel 1978. Sconfisse in finale, ma solo ai supplementari e con un arbitraggio decisamente favorevole, i Paesi Bassi con il risultato di 3 a 1. Una vittoria che aveva regalato un’immensa e inattesa gioia agli argentini dopo anni di terrore. Ma su quella vittoria aveva pesato il ruolo del regime dittatoriale di Videla.
L’Inghilterra, invece, aveva trionfato nel mondiale del 1966 superando, nel mitico Wembley, la Germania dell’Ovest per 4 a 2, ma solo dopo i tempi supplementari. Una vittoria alla fine netta ma pesantemente condizionata da un goal fantasma, quello del temporaneo 3 a 2, siglato dall’inglese Geoff Hurst.
Non una semplice partita
Ma a rendere attesissimo l’incontro tra Argentina e Inghilterra, nel catino infuocato dell’Azteca, non sono tanto le motivazioni sportive. A pesare , quanto le mai dimenticate questioni politiche.
Quattro anni prima, il 2 aprile 1982, le truppe argentine avevano invaso le isole Falkland. Si tratta di uno sparuto arcipelago immerso nell’oceano Atlantico, da più di un secolo dominio inglese ma da decenni rivendicato dall’Argentina.
Nelle intenzioni della giunta militare argentina, in quell’inizio di primavera del 1982, la riconquista di quelle isole, conosciute anche come Malvinas, avrebbe ridato vigore a un regime sempre più in difficoltà, zavorrato da anni di spietata repressione contro tutti gli oppositori. Ma Videla e soci non avevano fatto i conti con gli inglesi. Quel conflitto, ribattezzato “Operazione Rosario” si tramutò in una cocente, umiliante sconfitta per lo stato sudamericano. Dopo 74 giorni dall’inizio del conflitto e quasi mille morti (649 da parte argentina, 255 furono, invece, i morti inglesi) il 14 giugno 1982 l’Argentina si arrese: le isole sarebbero rimaste britanniche.
A distanza di quattro anni quella guerra non era stata ancora del tutto rimossa dalla memoria collettiva. L’Argentina non era più un regime dittatoriale ma una giovane democrazia ma quel conflitto pesava. Per tale motivo quella gara non sarebbe mai potuta essere una partita come le altre.
Il clima nei giorni precedenti fu teso, opportunamente fomentato da articoli che da ambo i fronti rinverdivano i fasti e i nefasti di quella rapida guerra.
Per stemperare gli animi e riportare quell’incontro nell’alveo di una sola gara di football, Diego Armando Maradona rilasciò importanti dichiarazioni. Il capitano dell’Albiceleste, nell’immediatezza dell’incontro disse: «Siamo qui per giocare un Mundial. Quella con l’Inghilterra è soltanto una partita di calcio, mica una guerra. Lasciamo ai nostri governi la soluzione dei problemi politici.»
Di tenore identico furono le parole del c.t. inglese Bobby Robson: «Io e i miei giocatori ci occupiamo di calcio non di politica. Per favore, lasciamo le Falkland fuori dallo stadio.»
Un solo protagonista, Diego Armando Maradona
Ma proprio Maradona, il simbolo non solo di una squadra ma di tutto un Paese, divenne l’assoluto protagonista con una storica doppietta che piegò i “nemici” inglesi per 2 a 1.
Ma a far notizia non fu tanto la seconda rete, un capolavoro di tecnica e abilità –Maradona partì dalla sua metà campo seminando avversari come birilli, prima di depositare il pallone, dopo averlo toccato ben undici volte, alle spalle dell’esterrefatto portiere inglese- quanto la prima marcatura, la Mano de Dios.
Ecco come il corrispondente del “Corriere della Sera” Mario Gherarducci descrisse quell’incredibile goal che lo stesso Maradona ribattezzò la “Mano de dios”
«Al 5’ Dieguito ottiene il meritato premio del goal. Il suo lancio per Valdano viene rovesciato verso Shilton, sul quale si proietta lo stesso Maradona che, piccolo com’è, riesce incredibilmente a saltare quanto il portiere inglese, spingendo il pallone in rete di testa o, più probabilmente, con una mano. Gli inglesi protestano vivacemente perché nell’azione si è visto nettamente il braccio alzato di Maradona che potrebbe aver caricato il portiere. Ma l’arbitro è irremovibile e assegna il goal ai sudamericani. Un goal “alla Piola”.»
Oggi, nell’era del VAR, la Mano de Dios sarebbe immediatamente annullato, senza tante contestazioni.
Quarant’anni fa, invece, rappresentò la più incredibile delle vendette per gli argentini, la più inimmaginabile delle beffe per gli inglesi.
Ma quello era un altro calcio, altri campioni, forse, davvero, un’altra storia.
Alla fine di quella irripetibile partita, di cui era stato l’assoluto protagonista, segnando, oltretutto, una rete giudicata in seguito come la più bella di sempre a un Mondiale, Maradona rilasciò dichiarazioni ben diverse da quelle accomodanti della vigilia.
Il capitano argentino non ebbe difficoltà, questa volta, a sottolineare il valore storico di quella vittoria che andava ben oltre quello meramente sportivo.
«Per quanto prima della partita dicessimo che il calcio non avesse a che vedere con la guerra delle Malvine, sapevamo che là erano andati a morire molti ragazzi argentini, che li avevano fatti fuori come passeri. E questa era una rivincita.»
Anni dopo Peter Shilton, il portiere che quel 22 giugno 1986 difendeva la porta dell’Inghilterra, ha fatto definitivamente pace con quella rete indigesta:
«Dopo quattro decenni, è giunto il momento di lasciarsi tutto alle spalle. Ho deciso di mettere fine a quella che definisco una vecchia ruggine, perché ormai sono passati quarant’anni. Per tanti anni mi sono portato dentro un certo risentimento. Negli ultimi anni sono stato diverse volte a Buenos Aires e la gente lì è stata fantastica con me. Mi hanno trattato benissimo. Dentro di me ho pensato che fosse arrivato il momento di chiudere quella storia… anche perché Maradona non è più tra noi.»


