Alice è indubbiamente una delle canzoni più belle e celebri tra quelle composte da Francesco De Gregori. Una canzone come ha scritto Luciano Ligabue che «ti stordisce, tanto è diversa da quel che si sente in quel momento. Ti catturava anche se non si capiva tutto.»
Scopriamo insieme un caposaldo della musica leggera italiana, un brano bellissimo, fuori dalle regole e dagli schemi, specie quelli che dominavano la musica leggera nei primi anni Settanta del secolo scorso, una canzone che De Gregori scrisse nel 1973 e che, tra le pieghe di un testo raffinatissimo, cela la profonda ammirazione del cantautore romano per uno dei più grandi scrittori del Novecento: Cesare Pavese.
Genesi di un capolavoro
Roma, primi giorni di aprile del 1973, sede del Radiocorriere.
Nella redazione della rivista ufficiale della RAI, la cui nascita alligna con quella della radio nei primi anni Venti del secolo scorso, la lista delle 54 canzoni che animeranno la nuova edizione di Un disco per l’estate è pronta.
Tra i cantanti in lizza, per quello che è ormai considerato una sorta di Sanremo in versione estiva, molti sono noti, altri, oggettivamente meno. Ad Albano, Orietta Berti, Jimmy Fontana, Gino Paoli, Rita Pavone, Mario Tessuto e Iva Zanicchi si contrappongono artisti meno celebrati, giovani rampanti e ambiziosi, alcuni dei quali lasceranno il segno nella storia della musica italiana.
L’edizione del 1973, la decima da quando Un disco per l’estate è stato inaugurato nel 1964 per volontà dell’Associazione fonografici italiani, vede trionfare i Camaleonti con la canzone “Perché ti amo” che si piazzano primi davanti a Gianni Nazzaro, con Il primo sogno proibito e Mino Reitano, arrivato terzo con la canzone Tre parole al vento.
Ultimo tra i cinquantaquattro brani in gara arriva Alice, canzone scritta da un giovane cantautore romano. Il suo nome? Francesco De Gregori, un ragazzo di soli ventidue anni, con un futuro ancora tutto da scrivere.
Ma quel risultato non proprio onorevole porterà molto bene ad Alice, canzone che abbina a una musica bellissima un testo raffinatissimo, un binomio che sarà una costante per Francesco De Gregori che in quel 1973 è un cantautore alle prime armi, con alle spalle un solo album, Theorius Campus, scritto in collaborazione con un altro romano di belle speranze: Antonello Venditti.
Dalla polvere alle stelle
Alice, nonostante la disfatta all’edizione di Un disco per l’estate, quell’anno presentata da Corrado, inizia a essere mandata in radio, comincia a piacere. Il pubblico apprezza, tanto che le vendite del 45 giri che sul lato A ha per l’appunto Alice e sul B I musicanti, vanno bene, al punto che quella canzone, arrivata ultima, è uno dei dodici brani dell’album Alice non lo sa, il primo da solista per De Gregori.
Ma perché andò male in quella calda estate del 1973?
Difficile dirlo con certezza. Forse ai lettori del Radiocorriere, erano loro, almeno nella fase iniziale di Un disco per l’estate a scegliere la graduatoria spedendo le cartoline abbinate al settimanale, a non piacere di Alice più che la musica fu il testo, non proprio semplicissimo, non in linea con la tradizione musicale italiana, stabilmente ancorata a testi più orecchiabili, spesso banali, dalle soluzioni narrative, condite da facili rime, il più delle volte decisamente scontate.
Alice, al contrario, è complessa, piena di metafore, un testo di non immediata comprensione ma indubbiamente molto evocativo.
La canzone di De Gregori racconta di gatti che guardano il sole, di una Irene che si accende una sigaretta riflettendosi nello specchio ma anche di un curioso mendicante arabo con qualcosa nel cappello.
Cesare Pavese, la musa di De Gregori
Nel brano c’è posto pure per la fascinosa Lilì Marlene, per uno sposo riottoso a pronunciare l’agognato sì e per un poetico Cesare che “perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina.”
Quel romantico innamorato che nonostante la pioggia aspetta indomito la ragazza che invano ama, altri non è che il grande Cesare Pavese.
De Gregori, infatti, nel suo iconico brano, che evoca atmosfere che non sarebbero dispiaciute a Lewis Carrol, il papà di Alice nel Paese delle Meraviglie, racconta un episodio poco noto dello scrittore originario di Santo Stefano Belbo che aspettò ben sei ore, dalle sei di sera fino a mezzanotte, sotto una pioggia incessante, sferzato da un freddo pungente, la ragazza di cui si era perdutamente innamorato. Un’attesa illusoria che si spense in una notte gelida e bagnata, lasciando come triste eredità una bruttissima pleurite che costrinse lo scrittore a una lunga convalescenza.
Ecco come lo stesso cantautore romano, in un’intervista rilasciata alla giornalista di Repubblica, Anna Bandettini, svela il riferimento a Cesare Pavese:
«Avevo letto tutto di lui, e nella biografia c’è questo episodio di quando una sera aspettò per una notte Constance Dowling, donna bellissima, ballerina che lo illuse e poi lo lasciò.»
A proposito del mendicante arabo nella versione originale di Alice quel misterioso personaggio, uno dei cinque che animano il testo di De Gregori, non aveva qualcosa nel cappello, bensì un cancro, forse un ulteriore riferimento a Pavese che perse il padre giovanissimo, proprio a causa di un tumore alla testa.
Ma quel riferimento esplicito alla malattia in quell’Italia che si dimenava tra conformismo e innovazione, tra passato e futuro, fu ritenuto inadeguato dai vertici della RAI. Da viale Mazzini si pretese che De Gregori togliesse la parola cancro e così fu.
Sotto la minaccia della scure ancora tagliente di una censura mai doma, il riferimento alla malattia svanì, lasciando spazio a un pronome indefinito, con tutto il suo carico di voluta, misteriosa indeterminatezza.

