Roma è una città dalla storia remota, intessuta di antiche leggende che raccontano di fantasmi, di anime che vagano senza tregua, storie di spiriti famosi e non che, da sempre, animano il folklore romano.
Una di queste storie ci porta a piazza Navona, a Palazzo Tuccimei, l’edificio che si trova a destra della chiesa di Sant’Agnese in Agone.
La mano fantasma di Piazza Navona: cronaca di un mistero, tra storia e fantasia
Un tempo questo edificio si chiamava Palazzo De Cupis, dal nome della famiglia originaria di Montefalco in Umbria e il cui stemma, ancora visibile sull’ingresso di via dell’Anima, alle spalle di piazza Navona, era composto da un ariete rampante.
L’edificio fu fatto costruire nel corso del XVI secolo, per volere di Giandomenico De Cupis, nominato cardinale nel 1517 da papa Leone X. In seguito, il palazzo cambiò più volte proprietari.
Ospitò, prima, la famiglia Ornani, assurta agli onori della cronaca anche per aver allestito all’interno dell’aristocratica dimora un celebre teatro di burattini; poi, a partire dal 1817, quella dei Tuccimei che lo acquistarono per 3500 scudi.
Una storia, quella del palazzo di piazza Navona, scandita dall’alternarsi di nobili famiglie ma ammantata anche da una singolare e radicata leggenda che narra di come nelle notti di plenilunio, in una delle grandi e silenziose sale, una candida mano si celi nella penombra.
Di chi è quella mano e perché si aggira indisturbata nelle sale del grande palazzo che occhieggia alla splendida fontana del Bernini baroccamente posta al centro della piazza tanto cara ai Pamphili? Aspettiamo che la luna sorga e scopriamolo insieme.
Quel candido arto apparterrebbe a Costanza Conti che nel corso del XVII secolo andò in sposa a un pronipote di Giandomenico de Cupis. Costanza era nota in tutta Roma per la sua delicata bellezza ma, ancor di più, stando almeno al racconto del cronachista seicentesco Antonio Valena, per le sue magnifiche mani, perfette nel loro abbagliante candore.
La mano fantasma di Piazza Navona: il calco fatale
Erano talmente belle che uno scultore locale, tal Bastiano, volle eternare quella superba grazia, eseguendo il calco di una delle mani di Costanza, che, adagiato su un morbido cuscino in velluto, espose nella sua bottega in via dei Serpenti.

La voce di quella bellissima scultura in gesso si diffuse rapidamente per le vie di Roma, suscitando una curiosità tale che lo studio di Bastiano divenne in poco tempo meta di veri e propri pellegrinaggi. Un giorno, tra i tanti visitatori in fila davanti alle vetrine della bottega di via dei Serpenti, si aggiunse anche un frate domenicano che con pungente favella, al cospetto di quella candida mano, esclamò stupefatto:
«se questa mano appartiene a una donna in carne e d’ossa, ella dovrà stare attenta che nessuno gliela tagli.»
Le parole del frate giunsero alle orecchie della bella Costanza che temendo l’avverarsi di quell’improvvida profezia, decise che non sarebbe più uscita dal palazzo, preferendo una vita di clausura al rischio di una orribile amputazione.
Le giornate per Costanza scorrevano monotone, scandite da alcune attività che si ripetevano oziosamente, nella speranza di ingannare il tempo. Un giorno, mentre era intenta a ricamare, inavvertitamente si punse un dito con un ago. Sulle prime sembrò una ferita di poco conto ma con il passare delle ore la situazione peggiorò. La mano della ragazza si gonfiò oltremisura e a poco servirono le cure che forse, tardive, non evitarono la più infausta delle soluzioni: l’amputazione della mano.
Quell’atto estremo e in sé drammatico fu, purtroppo, inutile. Nei giorni a seguire, infatti, la salute di Costanza peggiorò rapidamente. Al capezzale della donna si alternarono diversi medici ma nessuno dei pur valenti cerusici poté evitare, alla fine, la morte di Costanza.
Quella subitanea dipartita, preceduta dall’inutile mutilazione, suscitò nel popolo romano sconcerto, cordoglio e affetto, tanto che più di qualcuno, forse vinto da una sincera commozione, iniziò a scorgere nei giorni a venire, dietro le grandi finestre del palazzo, una mano poggiata sul vetro, nello stesso istante in cui il corpo di Costanza De Cupis, mozzato dell’arto, vagava, rischiarata dalla luna piena, per la vicina via dell’Anima.

