Fatti della Storia

Il pulcino della Minerva. Storia del più piccolo obelisco di Roma

Storia dell'Obelisco della Minerva

Con i suoi circa cinque metri e mezzo d’altezza, l’obelisco della Minerva è sicuramente il più piccolo di tutti gli antichi obelischi di Roma ma questo limite dimensionale non lo rende, tuttavia, meno interessante degli altri “fratelli più alti”.

Questo è il racconto dell’obelisco Minerveo, una storia che principia nell’antica terra dei faraoni e che in seguito allignerà prima nella Roma dei Cesari e, poi, in quella dei papi, trovando la sua massima espressione nel genio assoluto di Gian Lorenzo Bernini.

La scoperta dell’obelisco

Roma, rione Pigna, piazza della Minerva. Al centro di uno spazio marginato dalla rinascimentale facciata di Santa Maria sopra Minerva e da eleganti palazzi, tra cui il settecentesco palazzo Fonseca nelle cui suntuose stanze fu ospitato Marie-Henri Beyle, più noto con lo pseudonimo di Stendhal, su un marmoreo obeliscoforo zoomorfo, capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, fa bella mostra di sé il più piccolo tra gli antichi obelischi di Roma.

Obelisco della Minerva a Roma

È il 1665 quando nel corso di alcuni lavori che interessano il chiostro del convento dei domenicani, attiguo all’antica basilica di Santa Maria sopra Minerva, riaffiora dalla storia la testimonianza di un mondo lontano che sulla linea del tempo unisce l’antico Egitto alla Roma imperiale.

A stupire gli astanti non è l’ennesimo obelisco riemerso dalla nuda terra, bensì la sua indubbia piccolezza. Non si tratta, infatti, del solito colosso di pietra, di quelli, per intenderci, che grazie soprattutto alla pervicacia di papa Sisto V, solleticano il cielo di Roma ma di un obelisco praticamente in miniatura. Perché con i suoi circa cinque metri e mezzo d’altezza non può certo gareggiare con giganti come il Lateranense o il Vaticano, dai luoghi dove sono stati eretti che con 32.18 metri e 25.50 sono i più alti tra tutti gli antichi obelischi di Roma.

Nella Città di Romolo quel “piccoletto” era arrivato al tempo dell’imperatore Domiziano. L’ultimo dei Flavi, grande appassionato del mondo egizio, lo aveva fatto prelevare da Zau, località sulla sponda orientale del ramo del Nilo, dove era stato elevato nel corso del VI secolo a.C. per volere di Aprie, faraone della XXVI dinastia.

A Roma quel tekhen, termine con cui nell’antico Egitto si indicavano quei colossi di pietra, era stato collocato nell’Iseo Campense, il santuario dedicato a Iside e al suo sposo Serapide, sorto in Campo Marzio nel 43 a.C. e che Domiziano aveva fatto ricostruire, dopo che un terribile incendio lo aveva pressoché distrutto.

L’obelisco della Minerva: l’idea di Gian Lorenzo Bernini

Tra i primi a vedere quel prezioso reperto riapparso dal passato è Gian Lorenzo Bernini. L’artista napoletano, il cui nome a Roma, grazie anche a Urbano VIII è sinonimo di Barocco, di bellezza, di meraviglia, non appena vede l’obelisco già immagina come poterlo riutilizzare, superando anche il possibile limite rappresentato dalle ridotte dimensioni di quel blocco di granito rosa.

Dalla bottega di Bernini escono ben dieci progetti, di cui tre a sua firma. La speranza dello scultore è che almeno uno venga scelto da papa Alessandro VII, uomo dai gusti raffinati e non affatto semplici che al momento della sottoposizione dei diversi lavori ha una sola certezza: l’obelisco sarà innalzato davanti alla basilica domenicana di Santa Maria sopra Minerva, così intitolata dall’antico tempio in onore di Minerva Calcidica su cui sorge la basilica domenicana.

Tra i diversi progetti berniniani mostrati al pontefice che dal 7 aprile 1655 siede sul soglio di Pietro, quello su cui l’artista confida di più immortala un gigante che in precario equilibrio, sorregge il piccolo obelisco.

Ma quell’idea non incontra il favore del pontefice che, al contrario, pensa, a qualcosa di più originale ma, soprattutto, di meno pomposo. Per questo ha respinto al mittente, suscitando un malcelato disappunto, il progetto del frate domenicano Domenico Paglia. Questi, certo di primeggiare in virtù anche dell’appoggio dei confratelli domenicani, mostra al papa un disegno in cui il piccolo obelisco viene collocato su sei piccoli colli, chiaro riferimento allo stemma della famiglia Chigi.

Dettaglio blasone obelisco della Minerva a Roma

Ma ad Alessandro VII, nonostante la captatio benevolentiae del blasone, quel progetto non piace. Lo trova eccessivo, ridondante, specie per la presenza di quattro cani, ognuno con una torcia tra le fauci, che nel progetto Paglia pone ai quatto angoli del basamento.

Tra tutti i progetti visionati, alla fine, papa Chigi sceglie uno di Bernini, il meno pomposo, però ma senza dubbio originale. L’architetto napoletano ipotizza di sistemare il piccolo obelisco su un elefantino in marmo, una soluzione che al netto dell’indubbia gradevolezza, dona slancio a tutta l’opera.

Il favore papale a Bernini scatena le inevitabili reazioni, particolarmente accese tra i domenicani. A detta dei titolari della basilica che raccoglie le spoglie di Santa Caterina da Siena (non tutte, in verità, visto che la testa e un dito sono conservate nella chiesa di San Domenico a Siena) il progetto berniniano è pericoloso. A detta dei frati, confortati anche dall’autorevole parere del confratello Domenico Paglia collocare l’obelisco sulle sole quattro zampe dell’elefantino metterebbe a rischio l’intera stabilità della struttura.

A qualcuno quel progetto non piace

La perplessità dei domenicani, poco importa che Bernini relativamente alla sovrapposizione di elementi pesanti su spazi vuoti non sia un neofita (per tacitare quei dubbi sarebbe solo bastato studiare la soluzione adottata con l’obelisco nella Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona, struttura poggiante su uno scoglio traforato) hanno totale accoglimento.

Bernini, pur non convinto, riempie il vuoto tra le zampe dell’elefantino inserendovi un cubo di pietra, una presenza che occulta, inserendo sulla groppa del piccolo pachiderma un’elaborata gualdrappa, una soluzione non ottimale che sarà alla base delle successive, ficcanti critiche dei romani.

Elefantino obelisco della Minerva a Roma

Quando, in fatti, l’11 luglio 1667, l’obelisco Minerveo viene inaugurato, non alla presenza di Alessandro VII morto da alcune settimane, l’opera progettata da Bernini e realizzata dallo scultore Ercole Ferrata, la reazione del popolo romano non è delle migliori.

Il barrente elefantino, anche per via del vistoso drappo che lo ricopre, appare tozzo, più simile a un maialino che a un pachiderma. E proprio la somiglianza con il suino a suggerire il nomignolo con cui i romani battezzano subito l’elefantino, per tutti “er purcino”, in buona sostanza, un piccolo porco. Da purcino a pulcino, sulle ali di uno per una sorta di malapropismo in salsa romana, il passo è breve. Ancora oggi, infatti, l’elefantino ideato da Bernini è noto come il pulcino della Minerva, uno dei tanti animali in pietra della Città eterna.

Infine, una curiosità. Su uno dei lati del basamento, per espressa volontà di papa Chigi, probabilmente anche allo scopo di dissipare ogni forma di dubbio sulla presenza del piccolo pachiderma, fu apposta un’iscrizione che, tradotta dal latino, così recita:

«Chiunque qui vede i segni della sapienza d’Egitto scolpiti sull’obelisco, sorretto dall’elefante, la più forte delle bestie, intenda questo come prova che è proprio di una mente robusta sostenere una solida sapienza»

Iscrizione obelisco della Minerva a Roma
Iscrizione obelisco della Minerva a Roma
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