Fu un colpo indolore, quasi impercettibile con cui terminò la breve e impalpabile esperienza politica di María Estela Martínez Cartas, meglio nota come Isabelita Peron, seconda consorte del defunto Juan Domingo Peron.
Questo è il racconto di come si instaurò una delle più crudeli dittature del XX secolo.
«Chi non avesse ascoltato la radio non si sarebbe accorto di nulla: tutto si era svolto nella più assoluta calma».
Queste parole, scritte dal giornalista del “Corriere della sera” Giangiacomo Foà in uno degli articoli presenti nell’edizione del quotidiano milanese di giovedì 25 marzo 1976, sintetizzarono uno dei tratti salienti del golpe argentino: l’essersi svolto in totale tranquillità.
Il colpo di stato, maturato nella notte tra il 23 e il 24 marzo fu, infatti, del tutto indolore. Non ci furono morti, né scontri, né eroici tentativi di resistenza. I tre capi di stato maggiore, Jurgen Rafael Videla per l’Esercito, Emilio Eduardo Massera per la Marina e, infine, Ramón Agosti per l’Aeronautica, si insediarono alla Casa Rosada senza colpo ferire.
Lo scenario che accolse il primo vagito di quel regime rivelatosi poi sanguinario, rimasto in auge sette anni, fu ben diverso dal golpe cileno di tre anni prima.
Niente carri armati per le vie cittadine; nessuno assalto, nessun fucile imbracciato per difendere la dignità, la speranza, la storia come in Cile nel settembre del 1973.
D’altra parte a Santiago c’era da abbattere un governo, democraticamente rappresentato dal volto gentile di Salvador Allende, un uomo che stava provando a rivoluzionare il Paese, mettendo in sordina i poteri forti, offrendo ai cileni, dopo anni di umiliazioni, l’opportunità di un vero riscatto.
In Argentina, al contrario, c’era un governo in carica che di rivoluzionario aveva ben poco; un esecutivo di destra, zavorrato dalla corruzione, dilaniato dalla sostanziale incapacità di fronteggiare una crisi economica devastante, ben riassunta da un’inflazione galoppante che nei primi giorni di quel fatidico marzo 1976, aveva toccato la stratosferica cifra del 566%.
Alla guida di quel governo mediocre che assisterà inerme al dilatare della violenza politica, un morbo incurabile, responsabile di una drammatica quotidianità capace di produrre una vittima ogni cinque ore, c’era María Estela Martínez Cartas, meglio nota come Isabelita Peron.
Terza moglie del defunto ex presidente Juan Domingo Peron, Isabelita era succeduta alla presidenza dell’Argentina il 1° luglio del 1974, a seguito della morte del presidente in carica, il marito Juan Domingo Peron, prendendo le redini di un Paese alla deriva, in cui l’ipotesi golpista era largamente prevedibile, l’unica incertezza riguarda solamente la tempistica.
La giunta militare, guidata da Videla, il più reazionari dei triumviri, con una cultura rigidamente cattolica, padre di sette figli, ferventemente anticomunista, nelle primissime ore dopo quello che i golpisti chiamarono ufficialmente “Processo di riorganizzazione nazionale” compì pochi ma decisivi atti.
Furono fatti arrestare alcuni componenti del deposto governo, tra cui la presidente Isabelita Peron; fu sciolto il parlamento argentino; furono dichiarati decaduti tutti i consigli comunali e provinciali sparsi nel Paese; fu occupata la sede nazionale del principale sindacato argentino, la Confederazione generale del Lavoro; vennero circondate le ambasciate, per evitare che potessero dare asilo agli oppositori.
Ma, almeno quella prima notte, non fu sparato un colpo ma quella apparente tranquilla, quella modalità “gentile” con cui una delle dittature più sanguinarie della storia, si presentò agli argentini e al mondo, annunciata alla radio nazionale dall’algido comunicato «da questo momento la giunta militare governa il Paese» fu un colossale abbaglio.
A proposito del colpo di stato argentino Luis Carlos Prestos, segretario generale del partito comunista brasiliano, questo disse nell’immediatezza del fatto:
«Le notizie del colpo di stato in Argentina sono ancora parziali e frammentarie ed è prematuro avanzare giudizi definitivi. Ma è certo che l’instaurazione di una dittatura militare anche a Buenos Aires completa il sistema dei regimi conservatori, o addirittura fascisti, che dal Brasile alla Bolivia, dal Paraguay all’Uruguay al Cile di Pinochet, domina ormai la gran parte dell’America Latina. »

