Le elezioni amministrative della primavera del 1946, le prime dopo vent’anni di regime, furono uno straordinario test elettorale in vista del referendum e delle politiche del 2 e 3 giugno. Ma quel voto che riguardò quasi 6.000 comuni sparsi in tutta Italia, quasi il 72% della popolazione italiana, fu storico perché per la prima volta, dopo anni di lotte e rivendicazioni, poterono andare al voto le donne.
Questo è il racconto di quella storica conquista e di quelle elezioni nella primavera del 1946.
Il voto alle donne in Italia: cronaca di una conquista
Il 1° febbraio del 1945 il luogotenente del Regno, quel principe Umberto di Savoia che tre mesi dopo diventerà il quarto e ultimo re d’Italia a seguito dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III, appone la sua firma sul decreto legislativo luogotenenziale numero 23, approvato il 30 gennaio dal Consiglio dei ministri che all’unanimità avevano sottolineato «il raggiungimento dell’obiettivo di una lotta secolare delle donne europee e americane, per il quale, anche se in misura minore rispetto ad altri paesi, si erano battute anche le emancipazioniste italiane.»
Si tratta di una conquista ottenuta dopo anni di lotte e di rivendicazioni, iniziata nel lontano 1867, allorché il deputato mazziniano Salvatore Morelli presenta una proposta di legge che a partire dal titolo, decisamente corposo, esplicita la portata rivoluzionaria del provvedimento legislativo: “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici.”
La proposta di Morelli rimane, tuttavia, lettera morta, al pari di similari, successive azioni.
Il voto alle donne in Europa
Il voto alle donne arriva in Italia quando in altre realtà europee è una certezza da anni.
Dalla pioniera Finlandia che lo riconosce a partire dal 1908 a molti stati europei che seguono l’esempio del paese scandinavo; tra questi la Russia, nel 1918, la Germania, nel 1919 e, poi, Norvegia, Danimarca, Svezia, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Regno Unito, Spagna e, a partire dal 1934, la Turchia.
Ultimo paese, in ordine di tempo, è la Francia che riconosce tale diritto nel 1944.
Tutti, tranne l’Italia, dove però la questione viene affrontata all’indomani della caduta del fascismo, quando da più parti politiche, seppur con gradazioni differenti, quell’esclusione assoluta è ritenuta, come bene esprime la partigiana e futura deputata Maria Federici, «una delle più ridicole ingiustizie.»
I decreti luogotenenziali
Il primo articolo del Decreto luogotenenziale 151 del 25 giugno 1944, la cosiddetta prima costituzione provvisoria, così recita:
«Contemporaneamente alle elezioni per l’Assemblea Costituente il popolo sarà chiamato a decidere mediante referendum sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia).»
Il decreto del 1° febbraio, pur recependo il principio di quell’articolo, lo fa in modo parziale. Il provvedimento non solo esclude le prostitute che non potranno votare ma non estende alle donne il voto passivo, cioè la possibilità di essere elette, diritto riconosciuto, ovviamente, agli uomini.
Se nel primo caso il divieto è superato solo nel 1947, nel secondo occorre poco meno di un anno.
Il 7 gennaio 1946, un apposito decreto luogotenenziale estende l’elettorato passivo anche alle donne ma solo per le elezioni amministrative.
Serve un nuovo decreto, quello emanato il 10 marzo, perché tale diritto sia previsto anche per le elezioni politiche.
Non basta solo il decreto
Ma la conquista del diritto al voto è solo il primo passo. Bisogna, ora, convincere gran parte delle italiane dell’importanza di quel traguardo e di come tale occasione non possa e soprattutto non debba essere sprecata, anche a fronte del fatto che le donne rappresentano il 53% del corpo votante, dunque la maggioranza.
Il timore delle suffragiste è legato al fatto che molte donne potrebbero per svariati motivi snobbare l’appuntamento, ritenendosi non adeguate all’esercizio del voto, convinte che tale attività, alla fine dei giochi, sia una prerogativa degli uomini.
Tali preoccupazioni, particolarmente sentite dalle principali organizzazioni femminili, tra queste l’Unione donne italiane (l’UDI) fondata nel 1945 e d’estrazione progressista e il Centro italiano femminile (CFI), associazione di stampo cattolico, creata nel 1944, non sono per nulla peregrine.
Secoli di cultura patriarcale, l’idea prevalente che il perimetro sociale della donna italiana coincida con quello della casa e che il suo unico scopo sia la cura del marito e della prole, hanno portato in dote una diffusa disistima, che si associa alla pericolosa convinzione che il voto, da un punto di vista ontologico, non appartenga alla donna.
Evocative in tal senso sono le parole di Rosa Fazio, attivista politica, una delle fondatrici dell’UDI, di cui per diverso tempo è segretaria, futura deputata nelle file del partito socialista, nonché moglie di Leonardo Longo e madre di Pietro, futuro segretario del PSDI.
«Noi abbiamo ottenuto il diritto di voto, ma le donne italiane non si sono rese conto dell’importanza di questo strumento che oggi hanno nelle loro mani; la maggior parte delle donne ha letto la notizia ed ha commentato che è roba che non riguarda loro. Noi, perciò, dobbiamo dire a tutte le donne che il diritto di voto è una conquista di fondamentale importanza perché per la prima volta noi siamo cittadine nel senso che possiamo intervenire nella vita concreta dello Stato per mezzo del voto.»
Bisogna, dunque, insegnare alle donne, quantomeno a una parte ragguardevole di loro, cosa significhi essere cittadine, evidenziando, al contempo, come tale ruolo non escluda il loro essere madri, mogli, figlie.
L’impegno di molte attiviste perché la prima volta al voto delle donne non si tramuti in un flop totale, è instancabile, senza sosta.
Dai comizi ai cartelloni pubblicitari; dagli articoli sulla stampa, specie quella “rosa” a una sorta di vero e proprio porta a porta, nulla viene trascurato, ogni strumento è utile per permettere alle lettrici di sviluppare una loro coscienza critica, scevra da condizionamenti altrui, da pericolose invasioni di campo.
Le promotrici della battaglia suffragista temono il peso specifico degli uomini, dei mariti, dei capi, persino dei preti. Paventano, insomma, che tali figure maschili, da sempre dominanti, possano esercitare una facile pressione sulle elettrici, ottenendo che sulla scheda appongano il voto che vogliono gli uomini e non quello che, viceversa, desidererebbero le donne.
Si tratta di una lotta impari, anche per l’imminenza delle scadenze elettorali, che vedono le donne andare al voto prima per le elezioni amministrative di marzo e aprile e, poi, nei primi giorni di giugno, per il referendum e il voto per l’assemblea costituente.
Il risultato delle elezioni amministrative
Uno sforzo enorme ma assolutamente vincente.
Già in occasione delle elezioni della primavera del 1946, le prime dopo vent’anni di fascismo, i risultati dell’affluenza femminile premiano largamente gli sforzi profusi nelle settimane precedenti.
A votare nelle domeniche del 10, 17, 24 e 31 marzo nonché nella giornata del 7 aprile, sono, negli oltre 5700 comuni italiani, complessivamente 16.304.280, di cui più della metà, esattamente 8.441.537, sono donne.
Si tratta di un risultato incredibile, considerando, soprattutto, i timori della vigilia.
Ma da quelle urne emerge un altro dato straordinario.
Sono, infatti, oltre 2000 le donne elette nei diversi consigli comunali sparsi per lo Stivale e 11 di loro diventano, addirittura, sindache.
Una di loro è Ninetta Bartoli, eletta sindaca di Borutta, piccolo comune in provincia di Sassari. Bartoli, all’epoca cinquantenne, fu votata all’unanimità dal consiglio comunale, visto cje per l’elezione diretta del primo cittadino bisognerà attendere il 1993.
Di Ninetta Bartoli, che guiderà il comune isolano per ben dodici anni, diventando un punto di riferimento del comune sassarese, il sindaco di Borutta Pier Paolo Arru ha detto:
«Una grande donna e un grande sindaco. Ci voleva intraprendenza per fare il primo cittadino negli anni del dopoguerra, ma Donna Ninetta, decisionista e autoritaria, aveva una visione moderna della politica: realizzò un primo piano urbanistico, dotò il paese di numerosi servizi essenziali, forse per prima intuì che la valorizzazione di San Pietro di Sorres sarebbe stato un volano per lo sviluppo del paese.»
Un successo inaspettato, frutto del lavoro indefesso di tutte quelle donne che fin dal decreto del 1° febbraio 1946 credono fermamente in quella battaglia, con buona pace del “Resto del Carlino” che all’indomani del provvedimento legislativo che introduce il voto per le donne, in totale spregio a quell’epocale conquista, trasudando un evidente livore maschilista, così titola:
“Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne”.

