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L’esilio di Vittorio Emanuele III

esilio Vittorio Emanuele III

In casa Savoia una delle poche certezze è sempre stata quella che si regna uno alla volta e che non sono ammesse sovrapposizioni di ruoli, di incarichi, di pareri.

Per questo Carlo Alberto, dopo la disfatta di Custoza, scegliendo di abdicare, prende la via dell’esilio lontano dalla sua Torino, per non disturbare il nuovo sovrano. Un secolo dopo opta per il Portogallo anche Umberto II, l’ultimo re d’Italia.

L’esilio volontario, dopo la sofferta abdicazione, lo matura immediatamente anche Vittorio Emanuele III che, però, al contrario del suo avo, decide di trasferirsi in Egitto, un luogo senza dubbio lontano, dai tratti esotici, ideale, però, per marcare ancora più nettamente la distanza con Roma, con i palazzi del potere ma, soprattutto, con quel trono su cui era rimasto per ben quarantasei anni, attraversando letteralmente la storia e sul quale, ora, siede suo figlio Umberto.

Questo è il racconto di quando Vittorio Emanuele III salpò alla volta di Alessandria d’Egitto, lasciando, per sempre, l’Italia.

La partenza da Napoli

Napoli, 9 maggio 1946, ore 15.15, Villa Rosebery. Sono trascorsi pochi istanti da quando re Vittorio Emanuele III, da poco meno di un anno residente a Napoli nella villa che prende il nome da uno dei suoi proprietari più illustri, ha posto la sua firma in calce all’atto di abdicazione. La corona passa a suo figlio Umberto, quel primogenito che ha il nome del padre, ucciso quarantasei anni prima, in una calda giornata di fine luglio a Monza.

Di fatto, Vittorio Emanuele non è più sovrano da diversi mesi, da quando Umberto, il 5 giugno 1944, all’indomani della liberazione di Roma, è divenuto Luogotenente del Regno, un ingegnoso compromesso concepito per dilatare il tempo della rinuncia al trono che, però, inevitabilmente dovrà arrivare, perché il vecchio sovrano, da tempo, è inviso a gran parte degli italiani.

Ora che anche l’ultimo atto è stato compiuto a Vittorio Emanuele non resta che lasciare il Paese, in ossequio a quella regola non scritta per cui in Casa Savoia si regna uno alla volta e questo è il momento di Umberto, il secondo nella breve storia dei sovrani italiani.

Sulle prime l’ex monarca pensa di rimanere in Italia, trasferendosi nella residenza di San Rossore, in Toscana, un luogo che ama molto e dove si trovava quando a Roma, sul finire dell’ottobre 1922, si stava per scrivere un drammatico pezzo di storia.

Ma l’opzione toscana dura il tempo di un amen. Rimanere in Italia, infatti, equivarrebbe ad attirarsi una sequela di critiche negative, un’eventualità da avversare, assolutamente.

La scelta egiziana

Vittorio Emanuele prende in considerazione la Spagna, persino il Portogallo, destinazioni certamente sicure ma che non lo esenterebbero da ulteriori, pesanti giudizi. Si tratta, infatti, di due paesi retti da regimi violenti e autoritari e di dittature e dittatori re Vittorio non vuole più avere nulla a che fare.

Alla fine sceglie l’Egitto, Alessandria nello specifico, una meta esotica ma, innanzitutto, perfetta per lui che ama il mare, la tranquillità.

Nella città fondata da Alessandro Magno, il vecchio sovrano potrà trascorrere la vita che avrebbe sempre voluto vivere. Lontano dalle responsabilità, dagli oneri ma anche dagli onori che non ha mai davvero cercato. Vivrà come aveva immaginato tempo addietro. Tra gli amati libri di storia e le preziose  monete, di cui è sempre stato un accanito collezionista.

Poi, però, l’assassinio del padre per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, lo ha proiettato sul trono di un giovane regno, in un momento difficilissimo e questo  senza alcuna esperienza. Ma quel piccolo re, figlio di due cugini di primo grado, mostra un piglio, una forza che nessuno supponeva potesse avere. Supera il regicidio paterno senza ricorrere a leggi speciali ma, soprattutto, affronta con lungimiranza una guerra, la Prima, dalla quale l’Italia esce provata ma vincente.

Ma sono gli ultimi trionfi, le ultime pagine gloriose. Dalla scelta di affidare l’incarico a Benito Mussolini, giovane leader di un piccolo ma violento partito, tutte le decisioni di Vittorio Emanuele III sono all’insegna della pavidità, sempre orientate a difendere lo status quo, nascondendosi dietro il paravento di non voler precipitare la situazione.

Il suo non agire durante i giorni del sequestro Matteotti, culminati nel ritrovamento del corpo del politico socialista; la firma in calce alle leggi razziali; la costante accondiscendenza verso ogni violenza perpetrata dai fascisti; l’avallo alla guerra d’Etiopia prima e alla Seconda guerra mondiale. Infine, l’ultimo errore in ordine di tempo: abbandonare Roma per la più sicura Brindisi. Tutte scelte nefaste che proiettano il piccolo monarca in un limbo dal quale non uscirà più.

Il 9 maggio 1946, sbrigate le ultime questioni, salutato quei pochi che incontra a Villa Rosebery, il sovrano lascia per sempre Napoli. Saluta la città dove era nato l’11 novembre 1869, dove aveva trascorso gli anni più belli della sua esistenza. La stessa  dove era sbarcato, in tutta fretta, in quella tragica estate del 1900 per diventare il terzo re d’Italia.

Nel porto partenopeo lo attende la nave che lo porterà insieme all’amata Elena nell’antica terra dei Faraoni.
La traversata è lunga, placida, ritmata dal suono amico delle onde di un mare che sembra non finire mai. Un mare tinto d’azzurro, un colore che quel giorno quellavfrande distesa salata prende in prestito dal cielo.

La mattina del 12 maggio l’imbarcazione “regale” entra nella rada di Alessandria d’Egitto. Ad accogliere la coppia c’è re Faruq, legato ai Savoia da una solida e antica amicizia; quel Faruq che, ironia della storia, dopo l’esilio a seguito del colpo di stato, riparerà in ultimo proprio a Roma, dove morirà il 18 marzo 1965.

Ad Alessandria Vittorio Emanuele e sua moglie sulle prime vanno a vivere a palazzo Antoniadis, una lussuosa residenza reale, dove in passato i due hanno già soggiornato, circondata da rigogliosi giardini e, persino, da un parco zoologico.

Ma quella dimora è troppo sfarzosa per una coppia che ha sempre fatto della modestia, della riservatezza, della semplicità uno stile di vita.

Lasciato palazzo Antoniadis, gli ex sovrani si trasferiscono temporaneamente presso l’abitazione messa a disposizione dal banchiere Ambron. Ma è una soluzione temporanea, perché Vittorio ed Elena desiderano una dimora tutta loro, lontana dai clamori e da sguardi indiscreti.

La scelta ricade su una zona poco frequentata di Alessandria. Una volta sistemata l’abitazione c’è da scegliere il nome. Vittorio Emanuele opta per Villa Jela, l’ennesimo atto d’amore per la moglie, l’unica persona con abbia creato un rapporto di totale fiducia.

La morte di Vittorio Emanuele III

Vittorio Emanuele in terra d’Egitto si fa chiamare conte Pollenzo. Si tratta di uno pseudonimo già utilizzato negli anni della gioventù, durante i suoi numerosi viaggi.

Ma l’ultimo viaggio è cominciato. Il 28 dicembre 1947, a seguito di una violenta forma di polmonite insorta l’antivigilia di Natale, l’anziano sovrano muore.

Quel giorno Vittorio Emanuele, complice anche la bella giornata, lascia Villa Jela con l’amico Torella per andare a pescare, nonostante non stia benissimo.

La sera, dopo cena, i primi segni del malessere che lo ucciderà di lì a poco si manifestano minacciosamente.

Nei giorni seguenti c’è poco da festeggiare, nonostante il periodo natalizio. La salute del monarca peggiora rapidamente e precipita la mattina del 28 dicembre, quando il sovrano entra in coma, spirando poche ore dopo.

Non potendo le sue spoglie rientrare in Italia il penultimo re d’Italia viene seppellito con tutti gli onori nella cattedrale cattolica latina di Santa Caterina. Alle esequie presenziano il figlio Umberto ma non della nuora Maria Josè .

Il 17 dicembre 2017 la salma reale farà rientro in Italia, trovando sepoltura nel santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo, accanto all’amata Elena, morta nel 1952.

Di lui il presidente del consiglio Alcide De Gasperi, ebbe a dire nelle ore successive al decesso:

«Mi inchino con emozione dinanzi alla morte di un uomo che finì in esilio per errori suoi e di altri, ma il cui nome fu legato frequentemente ad avvenimenti indimenticabili della nostra storia.»

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