«Passi pertanto per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vice-priore.»
Questo il testo del telegramma che il viceré di Etiopia, il generale Rodolfo Graziani invia il 19 maggio 1937 al generale Pietro Maletti. Dalla ricezione di quel telegramma al successivo massacro di inermi uomini di fede, il passo è breve ma spietato.
Addis Abeba, Etiopia, 19 maggio 1937. Sono trascorsi esatti tre mesi da quando, il 19 febbraio, il generale Rodolfo Graziani, uno degli uomini più vicini a Mussolini, premiato per questo con il titolo di viceré di Etiopia, è rimasto coinvolto in un attentato durante una manifestazione pubblica, organizzato dalla resistenza eritrea. Nonostante il lancio di numerose bombe delle quali Graziani è l’obiettivo principale, il generale si salva, riportando solo alcune ferite, non gravi, alle gambe.
La reazione di Graziani a quell’attentato che causa sette morti e una cinquantina di feriti, è immediata ma, soprattutto, spietata, sulla falsariga di quanto già fatto dal generale dal suo primo arrivo in Etiopia.
La sera stessa dell’attentato molte aree della capitale etiope sono illuminate a giorno. A fendere il buio della notte sono i moltissimi fuochi che bruciano le case di cittadini innocenti, la cui unica colpa è soltanto quella di essere nati in Etiopia.
Così il giornalista Ciro Poggiali, inviato per il “Corriere della Sera” nel suo diario privato descrive l’azione promossa il 19 febbraio, dopo l’attentato a Graziani:
«Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppano quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno ai tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignare ed innocente.»
La sete di vendetta di Graziani non si limita alla sola giornata del 19 febbraio ma prosegue nei giorni a seguire con arresti di massa, esecuzioni, deportazioni nei campi di concentramento di tutti coloro che a vario titolo sono ritenuti legati alla resistenza locale. Si tratta di un’organizzazione ramificata che da mesi non smette di difendere le proprie terre, la propria gente. La conquista dell’Etiopia, infatti, al netto dei trionfali proclami di Mussolini evocati dal balcone di piazza Venezia, è un’invenzione giornalistica, un’esagerazione della propaganda.
La reazione di Graziani
Dell’antico impero etiope le truppe italiane, infatti, controllano poco più di un terzo, compresa la capitale Addis Abeba; ma anche in queste aree, ufficialmente sotto il comando italiano, la situazione non è delle più pacifiche e l’attentato a Graziani del 19 febbraio 1937 è un’evidente conferma.
Da quel giorno il clima di terrore, già palese nei mesi precedenti, non fa che aumentare, raggiungendo l’apice tre mesi dopo quell’attentato. L’obiettivo? Debre Libanòs.
Il 19 maggio, infatti, Graziani telegrafa al generale Piero Maletti. Si tratta di poche righe ma dal contenuto terribile. Il viceré autorizza il suo più fidato collaboratore a passare «per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vice-priore» del monastero copto di Debre Libanòs (conosciuto anche come Debra Libanòs), uno dei luoghi religiosi più antichi e venerati di tutta l’Etiopia.
Alla base dell’ordine impartito da Graziani c’è la supposta convinzione che i monaci copti siano legati a vario titolo all’attentato di mesi prima.
Una corresponsabilità del tutto effimera, storicamente mai provata ma opportunamente alimenta in quei giorni.
Poco importa la veridicità di quanto asserito, occorre il casus belli indispensabile per Graziani per chiudere una volta per tutte i conti con quei monaci, latori di un culto antico e radicato che poco si allinea con il verbo fascista.
Quei monaci, al netto del loro possibile ruolo nell’attentato di febbraio, sono un problema, un ostacolo, un evidente freno al processo di fascistizzazione dell’Etiopia.
Quegli uomini pii vanno piegati e il tempo della punizione è arrivato.
La risposta di Maletti agli spietati desiderata di Graziani è immediata, solerte.
Da buon soldato Maletti esegue alla lettera quanto ordinato dal suo diretto superiore. Nella marcia di avvicinamento al monastero le truppe italiane mettono in atto qualcosa di inimmaginabile che la freddezza dei numeri certifica in modo inequivocabile.
Vengono incendiati 115.422 tucul, le tipiche case etiope con il tetto a forma conica. Non solo. Sono bruciate anche 3 chiese e un convento. Alle distruzioni si aggiungono pure le uccisioni, moltissime. L’azione promossa da Graziani e portata a termine da Maletti lascia sul posto 2.523 tra civili, religiosi e “ribelli”.
Ma quelle distruzioni, quelle migliaia di morti sono solo un cruento preludio. Il vero obiettivo dell’operazione militare voluta da Graziani, benedetta da Mussolini e affidata per le modalità a Pietro Maletti è altro. E Maletti, per fare tutto a dovere, coinvolge nel piano non solo soldati italiani ma anche i famigerati membri della banda Mohamed Sultan, noti per la spietatezza delle loro azioni.
La strage di Debre Libanòs
Il 20 maggio l’antico monastero di Debre Libanòs, una vera e propria cittadella religiosa le cui origini risalgono al XII secolo, viene circondato.
Nei giorni a seguire avviene il massacro vero e proprio, attuato per causare il massimo numero di vittime, oltrepassando, di gran lunga, le logiche di un’operazione strettamente militare.
Per i monaci, i diaconi e per tutti coloro che vivono in quel microcosmo di pace e religiosità non c’è speranza.
Per i fascisti le vittime, gettate in fosse comuni, sono 449, come confermato da un soddisfatto Maletti in un telegramma a Graziani.
La storia, purtroppo, dimostrerà che il numero dei morti sarà ben maggiore, vicino alle 2000 vittime, una strage senza precedenti, il più grave eccidio di cristiani mai avvenuto nel continente africano.
Di quel massacro, ordito contro persone di cui non sarà mai dimostrata alcuna responsabilità nell’attentato del 19 febbraio, Graziani ne fu orgoglioso:
«Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia con la chiusura del convento di Debra Libanòs, che da tutti era ritenuto invulnerabile, e le misure di giustizia sommaria applicate sulla totalità dei monaci, a seguito delle risultanze emerse a loro carico.»


