Fatti della Storia

La Madonna del solletico, il capolavoro di Masaccio

Madonna del Solletico Masaccio

Non è l’opera più nota degli Uffizi, almeno non quanto la Primavera del Botticelli, L’Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci o Il Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti ma quanto a bellezza e a originalità non è seconda a nessuno. Stiamo parlando della Madonna Casini, dal nome del probabile committente, il cardinale Antonio Casini, nota anche come Madonna con bambino o, principalmente, come Madonna del Solletico per il soggetto rappresentato dal pittore che la critica, quasi all’unanimità, ha individuato in Masaccio.

Un’opera originalissima

Guardando la Madonna del Solletico, la piccola tavola che raffigura Maria che tiene amorevolmente in braccio Gesù, è davvero impossibile non rimanere estasiati non solo dall’intrinseca bellezza della piccola tavola ma soprattutto dall’inconsueta rappresentazione della Vergine.

Madonna del Solletico del Masaccio
Madonna del Solletico
Masaccio

Su un bellissimo sfondo oro si staglia la figura della Madonna che ritratta di tre quarti tiene con il braccio sinistro in braccio un Gesù in fasce mentre con la mano destra compie un gesto di una tenerezza unico.

Maria, infatti, solletica il mento del figlio che risponde sorridendo, mostrando immediato divertimento a quell’amorevole gioco. Una gioia tenerissima quella del piccolo Gesù non rintracciabile nel volto di Maria che, al contrario, appare serio, preoccupato, forse un triste presagio del futuro tragico che attenderà suo figlio.

Databile intorno ai primi decenni del XV secolo, l’opera, oggi conservata agli Uffizi di Firenze e un tempo presso Palazzo Vecchio, a prima vista può sembrare un retaggio della pittura medievale, specie per lo sfondo oro sul quale sono inserite le due figure.

Ma il legame con il passato si attesta lì.

La Madonna del Solletico, infatti, è un’opera straordinariamente moderna, pienamente quattrocentesca. La peculiarità dei volti ritratti, l’intreccio dei nimbi, i colori sgargianti delle vesti di Maria, le pieghe plastiche del mantello che danno movimento alla scena, la posizione non statuaria della Madonna e di suo figlio, l’iconografia inconsueta, il gioco di luci e ombre, sono solo alcuni dei segni distintivi che fanno di questa piccola tavola, (24,50×18,20 cm) molto probabilmente destinata alla devozione privata, un capolavoro di indubbia modernità, un ponte tra la tradizione medievale e quella rinascimentale.
Fin qui le certezze.

Il dibattito sull’attribuzione

I dubbi, invece, riguardano l’autore e il committente, anche se in entrambi i casi le ipotesi sul campo sono piuttosto convincenti.
Quanto all’autore la critica quasi all’unanimità concorda nell’attribuire la piccola tavola alla felice mano di Masaccio.

Il primo a formulare tale ipotesi fu il grande Roberto Longhi che nel 1950, dopo un attento studio, fu certo che quella piccola tavola fosse stata dipinta dal grande artista originario di Castel San Giovanni, oggi San Giovanni Valdarno, località non distante da Arezzo, dove colui che all’anagrafe fu registrato come Tommaso di Ser Giovanni di Mòne di Andreuccio Cassài, era nato il 21 dicembre del 1401.
Non tutti, però, hanno sposato l’ipotesi di Longhi.

Lo storico dell’arte Mario Salmi, concittadino di Masaccio, ha sempre nutrito dei dubbi sulla paternità della Madonna del Solletico, al pari di Luciano Berti che ha ipotizzato come la tavola possa essere stata realizzata da Arcangelo di Cola, pittore originario di Camerino ma che operò gran parte della sua vita a Firenze.
A proposito della Madonna del solletico Roberto Longhi, a cui si deve anche il restauro dell’opera dopo essere stata recuperata tornata in Italia dalla Germania grazie a Rodolfo Siviero, così spiegò la sua attribuzione a Masaccio, sottolineando i legami con la Sant’Anna Metterza capolavoro che Masaccio realizzò nel biennio 1424-25 in collaborazione con Masolino e il Polittico di Pisa che il pittore di San Giovanni Valdarno dipinse probabilmente in contemporanea con la Madonna del Solletico:

«Il “supermodellato” del manto azzurro era già, è vero, nel manto della Madonna in grembo a Sant’Anna che tocca sul ’24; ma qui, i capelli quasi albini e il colorito acceso, assolato, in giallo-rosso, delle carni, e le ombre di arancione ambrato nel dorso della mano materna, e i motivi spaziali stupendi trovano confronti solo nei piccoli pannelli di Pisa.»

Antonio Casini e la questione della committenza

Per ciò che concerne, invece, la committenza, la critica si è quasi fin da subito attestata sul nome del cardinale Antonio Casini.
Senese di nascita, giurista raffinato, Casini divenne canonico del capitolo del duomo di Firenze e in seguito vescovo nel 1407, iniziando una proficua carriera ecclesiastica che lo porterà a servire diversi papi, tra cui anche Giovanni XXIII, dichiarato in seguito un antipapa.

Il legame tra la Madonna del Solletico e Antonio Casini è dato dalla presenza, sul retro della piccola tavola, dello stemma di famiglia, sormontato dal galero, il cappello cardinalizio, la cui collocazione rende databile l’opera a partire dal 26 maggio 1426, giorno in cui Antonio Casini fu nominato cardinale da papa Martino V.

La Madonna del Solletico di Andrea Pisano e di Raffaello Sanzio

Il soggetto dipinto da Masaccio ebbe un illustre precedente, legato a un altro artista toscano: Andrea d’Ugolino da Pontedera, più noto come Andrea Pisano.
Nel 1342 Andrea Pisano, insigne scultore, realizza per il Campanile di Giotto in Firenze (oggi l’opera si trova nella Galleria del Campanile) una piccola lunetta, in marmo e ceramica, una sua specialità, raffigurante la figura Maria che tiene nel tenere in braccio Gesù, solleticandolo con l’indice della mano destra, un’iconografia decisamente inconsueta ma incredibilmente tenera, nella sua intimità, espressione dello stretto e umanissimo legame tra una madre e l’amatissimo piccolo figlio.

Diversi anni dopo Andrea Pisano e Masaccio un altro grandissimo artista si cimenta con quel soggetto così intimo, così privato. È il 1511 quando Sigismondo de’ Conti, commissiona al corregionale Raffaello Sanzio un dipinto raffigurante la Madonna per l’altare maggiore della chiesa di San Maria in Ara Coeli a Roma.

Raffaello che ha alle spalle svariati capolavori, realizzati prevalentemente tra Firenze e Roma, realizza una pala, oggi conservata ai Musei Vaticani, di notevoli dimensioni, collocando in alto Maria che tiene in braccio Gesù che solletica con le dita della mano destra. Nel dipinto, ai piedi della Vergine, plasticamente adagiata sulle nuvole, compaiono ben cinque figure. Da sinistra verso destra sfilano San Giovanni Battista, nell’iconografia tradizionale, San Francesco, un angioletto e infine San Girolamo, con un’inconsueta veste azzurra e inginocchiato come il poverello di Assisi, il committente della tavola, il folignese Sigismondo de’ Conti.

Prima di approdare ai Vaticani, l’opera di Raffaello fu traferita prima nella di S. Anna presso il Monastero delle Contesse a Foligno e poi partì alla volta della Francia, una delle tante opere che lasciarono l’Italia all’indomani del Trattato di Tolentino, salvo farvi ritorno nel 1816, grazie all’impegno profuso da Antonio Canova, a cui papa Pio VII aveva affidato il gravoso compito di recuperare più opere possibili dopo la caduta di Napoleone Bonaparte e il ritorno in Francia dei Borbone.

La Madonna del Solletico di Masaccio tra furti e ritrovamenti

Ma la fama della Madonna del Solletico non è solo legata agli indubbi meriti artistici della tavoletta quattrocentesca. Il capolavoro firmato da Masaccio, infatti, è stato per ben due volte sottratto e portato in Germania.

La prima volta risale al 1941, quando con modalità mai del tutto chiarite, secondo alcuni fu un dono di Mussolini per altri un furto firmato dai tedeschi, finisce ad arricchire la già copiosa collezione d’arte del Feldmaresciallo Herman Goering.
Dalla Germania la Madonna del Solletico fa ritorno in Italia sul finire del 1947, grazie al fiuto investigativo di Rodolfo Siviero che aveva all’attivo diversi successi nell’ambito del recupero di capolavori trafugati dai nazisti, tra cui L’Annunciazione del Beato Angelico, Il Discobolo Lacillotti o la Danae di Tiziano.
Ma l’attenzione pruriginosa sulla piccola tavola non si placa.

Decenni dopo, nel 1971, l’opera viene nuovamente trafugata, questa volta insieme a un altro capolavoro: Ritratto di gentiluomo del fiammingo di Hans Memling, opera risalente all’ultimo trentennio del XV secolo a storia di questa piccola tavola. Occorrono due anni perché le due opere trafugate il 12 marzo 1971 da Palazzo Vecchio, tornino nuovamente in Italia.
E il merito, anche questa volta, è di Rodolfo Siviero, invecchiato solo negli anni ma non nel fiuto investigativo.

Tornata a Firenze, La Madonna del Solletico viene collocata non più nell’antica dimora dei Priori, bensì presso gli Uffizi.
A proposito dell’indagine che riporta in Italia anche il Ritratto di gentiluomo, lo stesso Siviero a un giovane Antonio Padellaro, redattore del “Corriere della Sera” confidò nell’immediatezza, pur non entrando troppo nello specifico, alcuni interessanti dettagli:

«Posso solo dire che i quadri erano ancora tornati in Germania e che per raggiungere e contattare i nuovi proprietari sono occorsi faticosi negoziati avvenuti in territorio svizzero. L’operazione ha richiesto due tempi: il Masaccio lo abbiamo ripreso quaranta giorni fa ma abbiamo preferito tenere nascosta la cosa per non pregiudicare la trattativa per il Memling. Ci sono stati richiesti dei soldi, molti soldi ma noi siamo stati più furbi. Prima abbiamo pagato poi, al momento della restituzione dei due ritratti abbiamo recuperato anche il denaro inchiodando alle loro responsabilità ladri, ricettatori e acquirenti.»

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