Fatti della Storia

Tommaso Buscetta e il Maxiprocesso

Buscetta al Maxiprocesso alla mafia

Il 3 aprile 1986 il Maxiprocesso, così è stato ribattezzato il primo, grande processo alla mafia, vive forse il suo momento più importante, mediaticamente rilevante. Quel giorno, infatti, nell’aula bunker dell’Ucciardone si materializza la figura di colui che con le sue fondamentali rivelazioni cambierà il corso di quell’incredibile processo.

Tommaso Buscetta
Tommaso Buscetta

Quel giorno, un giovedì per la cronaca, quest’uomo inizierà a rilasciare dichiarazioni che, come ebbe a dire anni dopo il giudice Pietro Grasso, permetteranno di scardinare il forziere di Cosa Nostra, facendo uscire fuori non solo i principali segreti di un’organizzazione fino a quel momento del tutto oscura ma rilevandone la sua struttura piramidale, fatta di soldati, di famiglie, di mandamenti ma mettendo in luce anche i più reconditi segreti della mafia, segnati da regole ferree e riti ancestrali.

Una vera e propria cupola che con assoluta spietatezza decideva omicidi eccellenti e non, un’associazione moderna e al tempo stesso tribale, basata su riti ancestrali e regole ferree.

A scoperchiare il vaso di Pandora mafioso fu un uomo che iniziò pubblicamente un giorno di inizio aprile del 1986.

L’inaugurazione del Maxiprocesso

Palermo, carcere dell’Ucciardone, aula bunker, giovedì 3 aprile 1986. L’atmosfera dentro l’enorme sala ottagonale, costruita in tempi record per ospitare nella più totale sicurezza il primo grande processo alla mafia, è se possibile ancora più elettrica di quella che fece da contorno, il 10 febbraio 1986, all’inaugurazione di quello che passerà alla storia come il Maxiprocesso.

Un’invenzione giornalistica quel nome, certamente eclatante ma che pone l’accento sull’unicità di quel grande evento giudiziario.

L'aula bunker utilizzata per il maxiprocesso
L’aula bunker utilizzata per il maxiprocesso

Portare alla sbarra contemporaneamente 474 imputati, tanti sono i rinviati a giudizio al termine della lunga e complessa fase istruttoria, è stata un’autentica impresa, plasticamente resa proprio da quell’imponente aula bunker «il risultato esplicito di una modificazione degli equilibri dei poteri» come scrisse Giuliano Zincone, uno dei tanti corrispondenti che seguiranno quel processo monstre.

Tra i tanti imputati, accusati di reati atroci come strage, omicidio, sequestro di persona, ci sono figure di spicco come Pippo Calò, il cassiere della mafia; Leoluca Bagarella, l’assassino del vicequestore Boris Giuliano; ma, soprattutto, Luciano Liggio, il capo dei corleonesi che in quella prima udienza ruba subito la scena, ricusando i suoi avvocati con una dichiarazione che farà subito discutere:

«Vorrei sospendere i miei difensori, revocare il loro mandato. Molti giureconsulti da corteo dicono che gli imputati di questo processo non vanno difesi. Voglio andare incontro a queste posizioni non facendomi difendere.”

Entra in scena Buscetta

Ma l’attenzione mediatica solleticata dalla teatrale uscita di Liggio, una delle notizie più rilanciate dai tg della sera, sarà anestetizzata dalla dirompenza dell’effetto delle dichiarazioni che poco meno di due mesi dopo renderà colui che diventerà il protagonista per antonomasia del Maxiprocesso: Tommaso Buscetta.

Il 3 aprile 1986 don Masino, come è noto da sempre negli ambienti mafiosi, compare in quell’aula a prova di missili, subito ribattezzata dai giornalisti, per via delle dimensioni e del colore verde del linoleum che ricopre il pavimento, l’astronave verde.

L'aula bunker del maxiprocesso
L’aula bunker del maxiprocesso

Una presenza, quella di Buscetta, attesa, palpitante, capace, quel primo giovedì d’aprile di richiamare, in una Palermo che profuma di zagare e mare, un’ondata di persone, fin dall’alba accalcate davanti ai cancelli che delimitano l’Ucciardone, l’antico carcere borbonico, il cui nome deriverebbe dalla deformazione della parola francese chardon, il nostro cardo, che cresceva spontaneamente sui campi che dal 1834 in poi ospiteranno il penitenziario palermitano.

Ma nonostante la ressa, saranno in pochi quel giorno a poter entrare e assistere così a quello che viene considerato «un momento cruciale, determinante, atteso da tutti, dagli imputati agli avvocati, dalla corte d’assise all’intera città» come scrive Adriano Baglivo sul “Corriere della sera.»

Ad avvisare della volontà di Buscetta di essere ascoltato in aula, dopo che per mesi, all’infomani dell’arresto avvenuto in Brasile il 23 ottobre 1983, ha parlato con i giudici istruttori, tra cui, in primis Giovanni Falcone, permettendo arresti eccellenti, come quello di Bagarella, è lo stesso avvocato di colui che è anche noto come il Padrino dei due mondi, soprannome dal vago sentore garibaldino, originato anni prima nelle lontane terre brasiliane e degli Stati Uniti, dove Buscetta svolgeva i suoi affari criminosi.

Quell’annuncio rompe gli schemi, frantuma gli equilibri, in poche parole fa saltare il banco, determinando, inevitabilmente, la svolta del Maxiprocesso come ebbe a dire il giudice a latere Pietro Grasso.

Buscetta al Maxiprocesso: il grande giorno

Il grande evento prende enfaticamente forma alle 15 in punto di giovedì 3 aprile, quando Tommaso Buscetta entra nell’astronave verde, catturando immediatamente gli sguardi di coloro che si trovano in quel momento storico in quell’aula, facendo calare su tutto e tutti un silenzio surreale.

Buscetta al maxiprocesso
Buscetta al maxiprocesso

Ripreso dalle telecamere, nei giorni successivi per motivi di sicurezza le riprese video non saranno più permesse e don Masino testimonierà all’interno di una gabbia antiproiettile, Buscetta entra nell’aula bunker con passo sicuro, circondato da quattro carabinieri e altrettanti poliziotti, nonché un uomo in borghese che nel corso della breve camminata che divide Buscetta dalla sedia posta davanti alla giuria, mette più volte la mano sinistra in una tasca della giacca.

Il padrino, l’uomo chiave del Maxiprocesso che con le sue rivelazioni scoperchierà il vaso di Pandora mafioso, veste decisamente elegante. Indossa con disinvoltura una giacca grigia a righe alla quale abbina una cravatta regimental e dei pantaloni blu. A chiudere quella storica scena gli immancabili occhiali da sole che Buscetta con ricercata teatralità, toglie non appena si mette seduto, un attimo prima di iniziare a parlare.

L’esordio di quell’interrogatorio è degno di una tragedia greca. Nell’aula si diffonde il suono di parole che rimarranno scolpite nella storia non solo del Maxiprocesso ma anche della letteratura mafiosa:

«Sì, sono mafioso, uomo d’onore, non sono un pentito, non ho nulla di che pentirmi. Ero entrato in Cosa Nostra a suo tempo e rimango nello spirito con cui avevo fatto il mio ingresso. Ma Cosa Nostra ha sovvertito gli ideali, con violenza. Non condivido più quella struttura cui appartenevo.»

Poi con calma olimpica, al contrario del malcelato nervosismo di alcuni imputati, Liggio in testa, Buscetta comincia a sciorinare fatti, nomi, legami, ricordi, un profluvio testimoniale e dettagliatissimo che tocca l’acme nei giorni a seguire, quando don Masino si confronterà con Pippo Calò, un tempo amico di Buscetta ma ora uno dei nemici più odiati.

Si tratterà di un match serrato, combattuto con le armi della dialettica, pugni ben assestati da due tra i più importanti protagonisti della recente storia mafiosa, un incontro che si spinge fino ai supplementari, contraddistinto da colpi bassi, finte elaborate, tiri che vanno a segno ma allo scadere vinto da Buscetta, capace anche di accusare Calò di un omicidio di cui nessuno tra gli inquirenti sapeva nulla.

A proposito del fondamentale apporto fornito da Tommaso Buscetta alla lotta alla mafia, queste le parole del giudice Giovanni Falcone che in una lunga intervista alla giornalista francese Marcelle Padovani, volle evidenziare l’assoluta centralità delle rivelazioni del più importante pentito di mafia.

«Prima di lui, non avevo -non avevamo- che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti.»

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