Chaumont-devant-Damville, distretto della Mosa, nord-ovest della Francia, al confine con la Germania.
Sono le 10.59 dell’11 novembre 1918, quando nelle terre desolate e ancora ricoperte dalla bruma mattutina che lambiscono il comune transalpino, l’ex sergente Henry Gunther, appartenente all’esercito degli Stati Uniti, decide di uscire dalla sua stretta trincea.
Imbraccia il fucile d’ordinanza e poi si lancia contro le linee nemiche, contro quei soldati tedeschi da mesi il suo incubo, da quando, come altri suoi commilitoni, è sbarcato in quel lembo d’Europa per prendere parte a una guerra che non avrebbe mai voluto combattere.
Henry Gunther salpa alla volta della Francia dopo che gli Stati Uniti, guidati dal 1913 da Thomas Woodrow Wilson, decidono di prendere parte a quel conflitto che dall’estate del 1914 imperversa in Europa, dopo che l’ultimatum austriaco è stato rispedito al mittente.
Gunther ha il grado di sergente ma una lettera, scritta negli angusti spazi di una delle tantissime trincee che innervano i campi di battaglia, è stata esiziale per quel grado di cui era tanto orgoglioso.
In quella missiva, semplicemente, aveva manifestato il suo disappunto per un’inutile mattanza, per quei cunicoli stretti, maleodoranti, dove la vita si confonde con la morte; dove la speranza lascia spazio alla disperazione; dove i pidocchi sono la compagnia più presente.
Quella breve lettera, i cui destinatari dovrebbero essere i suoi parenti negli States, è stata, però, intercettata da uno dei superiori di Gunther, americano di Baltimora, in Maryland, nonostante un cognome dalle evidenti origini teutoniche.
L’ufficiale non giudica quella lettera per quello che è, un umanissimo sfogo di un ragazzo che avrebbe preferito spiagge assolate a quelle putride trincee, bensì come un atto che rasenta la diserzione, un atteggiamento grave da punire con l’umiliazione della degradazione.
E così il sergente Henry Gunther per colpa di pochi pensieri scritti con un mozzicone di matita su un foglio di carta reso umido dalla bruma mattutina, torna un soldato semplice.
Forse anche per riprendersi quell’onore che un superiore troppo solerte gli ha ingiustamente strappato, Gunther quel mattino dell’11 novembre si lancia all’assalto dei nemici, non sentendo forse, o magari ignorando, l’ordine di cessare le ostilità, comando dato a seguito delle disposizioni armistiziali firmate poche ore prima, in un vagone ferroviario nei boschi di Compiègne, dai rappresentanti degli eserciti belligeranti.
Sulla base di quell’accordo, principiato alle 5 di un gelido mattino, la guerra si sarebbe dovuta concludere alle ore 11 dell’11 novembre 1918, un tempo ritenuto sufficiente dai belligeranti per avvisare tutte le parti coinvolte.
Henry Gunther muore un minuto prima, avvinto dal fuoco di quei soldati tedeschi simili nel cognome, animati dallo stesso identico umore ma con indosso una divisa di un altro colore, come canterà, anni dopo, Fabrizio De André in uno dei suoi brani più belli.
In quell’ultimo giorno di una guerra originata da due colpi di pistola esplosi in un caldo giorno di fine giugno, conflitto che aveva lasciato sui campi di battaglia oltre 10 milioni di giovani vite, morirono ben undicimila soldati, forse tra tutte le vittime di quell’assurda guerra, quelle più inutili.

