«Sia lasciata passare in silenzio la mia morte.» Quello che segue è il racconto della morte di Luigi Pirandello e dei suoi tre funerali. Correva l’anno 1936.
La morte di Luigi Pirandello
La notizia della morte di Luigi Pirandello cominciò a diffondersi nella tarda mattinata del 10 dicembre 1936, nonostante la volontà dello scrittore in merito fosse stata piuttosto chiara. Del suo trapasso, infatti, si sarebbe dovuto dare comunicazione solo dopo i funerali da tenersi, ovviamente, in forma assolutamente privata e soprattutto sobria.
Ma, come canterà decenni dopo il grande Fabrizio De André, la notizia vola veloce di bocca in bocca e, quella della morte del grande drammaturgo siciliano era troppo importante per non essere resa pubblica, con buona pace delle volontà del defunto.

Di certo, la scomparsa di Pirandello fu un fulmine a ciel sereno, specie per le persone più vicine allo scrittore che era nel pieno dell’attività, preso da numerosi impegni e progetti, a cominciare da quello più incalzante, il completamento della sua ultima opera teatrale: “I giganti della montagna”.
Sulle prime lo stato di salute di Pirandello non destò particolare allarme. Ma furono valutazioni errate.
Quella che, infatti, inizialmente sembrò essere solo una fastidiosa influenza, scomoda eredità di un incipiente inverno e insorta nelle prime ore di domenica 6 dicembre, nei giorni a seguire, si tramutò in qualcosa di decisamente più serio, assumendo il profilo di una preoccupante polmonite.
Il rapido precipitare della situazione allarmò i parenti dello scrittore, in particolare i figli Stefano, Fausto e Lietta che preoccupati contattarono il medico di fiducia, il professor Frugoni, il quale, tuttavia, poté fare davvero ben poco.
Giovedì 10 dicembre, alle 8.50 in punto, Luigi Pirandello moriva nel suo letto della casa romana di via Antonio Bosio, una tranquilla stradina non distante da via Nomentana che, tempo addietro, era stata teatro di un singolare duello “letterario” a colpi di spada tra Giuseppe Ungaretti e Massimo Bontempelli, tenutosi nel giardino dell’abitazione dello scrittore siciliano e terminato con qualche lieve graffio per il poeta originario di Alessandria d’Egitto.
L’omaggio al grande scrittore
Appena la voce della scomparsa di Pirandello iniziò a diffondersi, in via Bosio cominciarono ad arrivare le prime persone, nonostante il desiderio del Premio Nobel fosse ben diverso.
Tra i primi a giungere al capezzale dello scrittore fu Arturo Marpicati, autorevole membro dell’Accademia d’Italia che portò alla famiglia di Pirandello le condoglianze dell’istituzione, fondata nel 1926 per volontà di Mussolini.
Marpicati non fu il solo. Nella giornata del 10 dicembre furono diverse le persone, perlopiù amici, parenti, colleghi a poter assistere alla camera ardente, tra questi Corrado Alvaro che anni dopo ricorderà in un suo scritto quella visita.
Chi ebbe la possibilità di entrare, molti non ci riuscirono, vide Luigi Pirandello nel suo letto, con un solo lenzuolo a coprire, secondo quanto disposto dallo scrittore stesso che in merito alle sue ultime volontà, su un foglietto vergato a mano e ritrovato da uno dei figli poco dopo la morte, aveva scritto:
«Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni.
Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.
Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.»
I funerali di Pirandello tra Roma e Girgenti
Il 12 dicembre, due giorni dopo la morte, si tennero i funerali secondo le disposizioni testamentarie.
Il corpo fu condotto su un semplice carro dall’abitazione in via Bosio al forno crematorio per le procedure di incinerazione. In seguito le ceneri furono inserite in un’urna che fino al 1947 fu conservata al Verano, il cimitero monumentale di Roma.
Poi, quell’anno, l’urna partì alla volta di Agrigento a bordo di un aereo militare messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio per volere di Alcide De Gasperi, a cui si era rivolto il sindaco di Agrigento. Si trattò di un funerale in grande stile, esattamente quello che Pirandello non avrebbe mai voluto.
Ma quello non furono le esequie riservate allo scrittore siciliano.
Nel 1962, alla presenza di numerose autorità e scrittori del calibro di Sciascia e Quasimodo, si svolse un terzo e per fortuna ultimo funerale. In quell’occasione le ceneri di Pirandello trovarono l’ultima, definitiva sede, nel giardino della casa dello scrittore nella sua amata Girgenti.
L’improvvisa morte di Luigi Pirandello, non ancora settantenne, era nato il 28 giugno del 1867, lasciò tutti disorientati e la reazione, specie nel mondo accademico, fu di enorme dispiacere.
Tra i moltissimi messaggi, uno dei più sentiti fu quello dello scrittore cecoslovacco Karel Čapek che nel ricordare il collega e amico, pose l’attenzione sul solco tracciato dal drammaturgo siciliano nella storia del teatro italiano:
«Con Luigi Pirandello –ebbe a dire Čapek – il teatro italiano perde un grandissimo artista. Il suo modo di interpretare la vita ha talmente sorpreso per originalità e potenza di espressione, da spiegare bene il perché del suo enorme successo. Nelle sue opere di teatro, particolarmente nei Sei personaggi in cerca d’autore, egli ha detto tutto quello che si può dire ed ha realizzato tutto quello che si può realizzare sul teatro. La sua concezione filosofica, più che costituire un metodo reale o svelare una nuova tendenza, approfondiva, raffinandoli e chiarificandoli, gli elementi del teatro contemporaneo.»

