Fatti della Storia

L’abdicazione di Nicola II

Pskov è una cittadina situata a venti chilometri dal confine con la Lettonia: una tessera dell’infinito mosaico della Russia, un punto su un’immensa cartina, una località poco nota ai più, fuori dagli itinerari turistici classici. Ma più di cento anni fa, in un freddo mattino di inizio marzo, Pskov fu improvvisamente sfiorata dalla storia, diventandone, per un cinico capriccio del destino, un’assoluta protagonista.

Questo è il racconto dell’abdicazione di Nicola II.

Una firma che pesa

Il 2 marzo 1917 (secondo il calendario giuliano), all’interno di un vagone del treno imperiale, lo zar Nicola II appone la sua firma in calce all’atto di abdicazione. Si tratta di un piccolo tratto di penna che mette fine alla plurisecolare storia di una delle dinastie più potenti e importanti di sempre, quella dei Romanov.

Quel treno da un giorno è fermo nella piccola stazione ferroviaria di Pskov, il cui nome significa romanticamente “città delle acque gorgoglianti”. Pietrogrado, la capitale, dista centinaia di chilometri ma sembrano pochissimi. Gli echi della rivoluzione, che da giorni impazza, arrivano persino in quel piccolo centro placidamente adagiato sulle rive del fiume Velikaja. Un luogo da fiaba, imbiancato dalla neve che non smette di cadere.

La tensione su uno dei convogli ferroviari è palpabile, a tratti insopprimibile, e il caldo sbuffato da stanchi caloriferi nulla può contro il gelo di una tragedia i cui contorni, ora dopo ora, diventano sempre più gravemente definiti.

Un gigante con i piedi d’argilla

Gli incontri fra lo zar e i suoi più stretti collaboratori, da quando la miccia rivoluzionaria è stata fatalmente accesa nella capitale — il cui nome è stato recentemente mutato dallo storico, ma troppo teutonico, Pietroburgo al più nazionalistico Pietrogrado —, si sono inevitabilmente intensificati. Ma sono soluzioni tardive con cui si cerca di trovare una soluzione.

Quella che sulle prime appariva come una semplice protesta — una delle tante da quando la guerra prima e la fame poi hanno stretto d’assedio la popolazione russa — è diventata in poco tempo ben altro. Quell’iniziale rigagnolo ha assunto rapidamente l’imponenza di un fiume che travolge ogni cosa si pari lungo il suo corso.

L’onda agitata in quel fatale 23 febbraio da un gruppo di donne, madri, mogli e operaie stremate da infinite file notturne pur di afferrare un tozzo di pane, stanche di non poter più sognare un presente, è divenuta sciopero: una parola che dal quartiere di Vyborg riecheggia in poco tempo in ogni angolo di Pietrogrado.
La protesta diventa rivoluzione e la plurisecolare monarchia scivola sul ghiaccio di un inverno spietato, che non ferma le masse. Questa volta il popolo non si accontenterà di stanche promesse o di indegne elemosine: questa volta vuole scrivere la storia.

Mentre le principali città russe si sollevano e il più grande esercito del mondo annaspa nei campi innevati — piegato dalla fame, dal gelo, dalla superiorità del nemico e dall’incapacità dei vertici militari —, Nicola II tergiversa. Lo zar semplicemente è incapace di comprendere che sta lambendo il precipizio. Qualcuno intorno a lui prova a fargli capire che quel vento rivoluzionario tra poco spazzerà via tutto, forse anche la monarchia stessa. Per questo servono decisioni immediate, meglio definitive. Occorrono provvedimenti per tentare di arginare una valanga che dalla montagna, a breve, arriverà a valle.

L’abdicazione di Nicola II: le ultime ore da zar

Il cronometro della storia ha già iniziato il suo conto alla rovescia, e sarà implacabile.
L’alba di quel 2 marzo è sorta da poco. La luce si riflette sulla neve e un insonne Nicola accoglie nel salotto di quel muto treno il generale Ruzskij, uno dei suoi uomini più fidati. Ma quel militare, in là con gli anni e che presto conoscerà la morte, già capo di stato maggiore al tempo della rovinosa guerra russo-giapponese, non reca buone notizie.

Allo zar riferisce che la situazione a Pietrogrado è drammatica, totalmente compromessa. I militari fraternizzano con i rivoltosi, rifiutandosi di eseguire i sanguinari ordini dei superiori. Soldati e gente comune sono uniti nella disperazione e nell’odio verso il monarca, ormai considerato da tutti il responsabile assoluto di quell’immane, irreversibile catastrofe.

Ruzskij parla lento, cerca di misurare le parole, ma il quadro che delinea è il più fosco possibile e, soprattutto, privo di speranze. Nicola ascolta silenzioso; ribattere, ammesso che ne abbia la forza, non ha più alcun senso. Si concede, alla fine di quell’esiziale colloquio, una breve camminata fuori dal treno, lasciando orme profonde sulla neve fresca. Il freddo è intenso, così Nicola alza il bavero del cappotto e si accende una sigaretta: un attimo di umana vanità al limitare della tragedia. Quel timido braciere di carta e tabacco luccica nell’alba incipiente e le volute di fumo si condensano nell’aria gelida, piccoli cerchi concentrici che incorniciano per sempre la storia.

Risalito sul vagone imperiale di un treno fermo su un binario morto — metafora di quei drammatici momenti —, Nicola finalmente decide. Tutto è perduto, anche la più flebile speranza svanisce, cristallizzandosi per sempre in quel gelido mattino di inizio marzo. Per questo, quello che sarà l’ultimo zar di Russia, con un filo di voce, chiede a uno dei domestici di fargli avere una penna. Il testo dell’abdicazione è già pronto: manca solo una firma, un breve tratto d’inchiostro, e poi sarà solo storia e memoria.

L’abdicazione di Nicola II: la fine di una plurisecolare monarchia

Nicola rinuncia a quel trono sul quale, se avesse potuto liberamente scegliere, molto probabilmente non avrebbe mai voluto sedersi. Ora che l’inchiostro penetra il candore della carta, prova un pizzico di sollievo, legato alla tenue speranza che con l’abdicazione possa invertire il corso degli eventi, salvando la monarchia dal tribunale della storia e la Russia dalla catastrofe.

Ma non sarà così.

Sulle prime lo zar pensa di abdicare in favore del figlio Alessio, ma quel pensiero dura l’attimo di un’illusione. Troppo grande quel fardello per un bambino giovanissimo e, soprattutto, gravemente malato. Per questo, più saggiamente, alla fine abdica in favore del fratello, il granduca Michele, il quale però non accetterà, mettendo così definitivamente fine alla dinastia dei Romanov sul trono di Russia.

La sera di quel fatale 2 marzo 1917, quando le emozioni sono ancora tangibili, l’ex zar si mette alla scrivania e apre il suo diario, testimone silenzioso di anni sfilati via troppo in fretta. La penna scorre rapida e nervosa sulla bianca superficie della carta: frasi brevi con cui inchiodare la cronaca al muro della storia.

Nell’algido resoconto di un giorno che non avrebbe mai voluto vivere, Nicola II sottolinea come abbia preso quell’amara decisione «in nome della Russia, per lasciare tranquillo l’esercito». Poi, al momento di chiosare quella pagina che già odora di storia, lascia ineluttabilmente spazio allo sconforto, scrivendo l’ultima, fatale frase:

«Attorno a me solo tradimento, viltà e inganno!»

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