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La Risiera di San Sabba, il dovere della memoria

Risiera di San Sabba il lager di Trieste

La Risiera di San Sabba a Trieste fu l’unico dei quattro lager nazisti, realizzati in Italia, a essere dotato di un forno crematorio. In passato, luogo di indicibile orrore; dal 1965, Monumento nazionale, testimone silente del dovere di difendere la memoria di una delle pagine più drammatiche della storia dell’umanità.

Da fabbrica a caserma militare

In origine, quello che diventerà un luogo di prigionia, di tortura, di morte, fu semplicemente una fabbrica, un posto dove si lavorava, in cui il vociare degli operai si confondeva con il rumore metallico e ritmato dei macchinari.

La storia della Risiera di San Sabba, dal nome del quartiere triestino dove sorse, ha inizio nel febbraio del 1898, quando la società Pilatura del riso del Litorale acquista alcuni terreni per edificarci una moderna fabbrica per la lavorazione del riso.
Trieste, in quel lembo di secolo che sta fuggendo via ubriaco di progresso e che strizza maliziosamente l’occhio a una guerra incipiente, è il principale porto austroungarico.

Città multietnica, dove si intrecciano culture, lingue, mode, passioni, ma anche storie comuni e straordinarie, come quelle dei tanti romanzi che originano proprio in quella terra davanti al mare.

La fabbrica, a partire dall’ottobre 1898, cresce rapida seguendo il progetto dell’architetto Ziffer e con essa prospera il numero degli operai che vi lavorano.

Nel rione di San Sabba la presenza di quell’opificio dà sicurezza, speranza, futuro.

Ma sui binari della storia il tempo scorre rapido e dai finestrini di quel treno che corre veloce si intravedono frammenti di storia. Nella città dove il sole tramonta a est, la fine della Prima Guerra Mondiale determina cambiamenti epocali.

La bandiera asburgica ha smesso di sventolare, ammainata da una sconfitta cocente; nel cielo reso azzurro dal vento freddo del Nord, libra il tricolore italiano.
Per alcuni anni la Risiera rimane una fabbrica efficiente, poi, a partire dal 1927, inizia il lento, inesorabile declino.

E quando scocca il 1934, le porte della Risiera si chiudono ma non per sempre.

Risiera di San Sabba
Risiera di San Sabba (foto di Maurizio Carvigno)

Il clangore dei macchinari, per decenni unica colonna sonora smette di gorgheggiare, lasciando spazio al silenzio dell’oblio; altri suoni, però, sono pronti a echeggiare nuovamente. Quel grande complesso di edifici, a pochi passi dal mare, fa gola a molti, in primis al Regio esercito italiano e per la Risiera inizia una nuova vita.

I grandi ambienti dell’ex opificio vengono trasformati in magazzini di stoccaggio, preludio alla successiva conversione in una vera e propria caserma militare dove tornano a risuonare voci e fatti. Ma è un tempo troppo piccolo ed ecco profilarsi  per la Risiera di San Sabba un nuovo capitolo della sua storia, quello più drammatico, quello più folle.

La nascita del Litorale Adriatico

Berlino, 10 settembre 1943. A due giorni dall’annuncio dell’armistizio firmato a Cassibile, in Sicilia, da Pietro Badoglio e dalle forze alleate, Hitler decide di passare al contrattacco. L’asse italo-tedesco è ormai uno sbiadito ricordo e la reazione nazista, a quello che viene avvertito come un vero e proprio tradimento, è immediata ed energica.

Tra le varie decisioni assunte dal capo germanico c’è anche quella di istituire due zone di operazioni nel Nordest dell’Italia: la Operationszone Alpenvorland e la Operationszone Adriatisches Kustenland.

La prima comprende l’area del Trentino, del Sudtirolo, nonché il territorio della provincia di Belluno; la seconda, invece, il cui toponimo è dissotterrato dai polverosi archivi asburgici, delinea una vasta area che racchiude Udine, Pordenone, Gorizia, Pola, Fiume, la parte italiana di Lubiana e, naturalmente, Trieste.
Entrambe le zone cadono sotto il comando tedesco, appendici, di fatto, della Germania.

Ecco come lo storico Raul Pupo descrive il Litorale Adriatico, denominazione con cui gli italiani familiarizzano, purtroppo, assai presto.

«La dizione prescelta può far pensare ad una semplice forma di controllo militare di una regione strategica, perché posta alla congiunzione del fronte italiano con quello balcanico, ma in realtà non è così. Sul Friuli, la Venezia Giulia e la Slovenia annessa nel 1941 la sovranità italiana, pur non abolita, è sostanzialmente sospesa.»

A occuparsi del neonato Litorale non è un organo militare, come, spesso, accade negli altri territori occupati, bensì un supremo commissario civile, nominato, direttamente, da Hitler. Una scelta insolita, ma indicativa dell’importanza che quelle terre rivestono per Berlino.

Per quella carica viene scelto Friedrich Rainer. Austriaco di nascita, come Hitler, Rainer entra nel partito nazista nel 1930, facendosi conoscere per la stretta militanza che, pur tardivamente, viene premiata. Nel 1938 è nominato Gauleiter a Salisburgo; due anni dopo, governatore in Carinzia; il 10 settembre 1943 è messo a capo del Litorale Adriatico.

La trasformazione della Risiera in campo di concentramento

La creazione del Operationszone Adriatisches Kustenland determina molti cambiamenti in un territorio su cui gli italiani, ormai sgraditissimi ospiti, non hanno più potere.

Per l’ex Risiera di San Sabba è tempo di un nuovo mutamento, il più drammatico che vede in Odilo Globocnik il suo principale artefice. Triestino di nascita, Globocnik è un militare spietato, noto, principalmente, per aver guidato, in Polonia, l’Aktion Reinhard, il progetto di sterminio degli ebrei polacchi, un piano ben congegnato, responsabile della morte di un milione e settecentomila ebrei.

Tanto basta per ottenere la stima incondizionata di Himmler che, nel momento in cui bisogna decidere a chi affidare la Risiera di San Sabba, non ha dubbi.

Risiera di San Sabba, Trieste
Risiera di San Sabba, Trieste

Globocnik, che si avvale fin da subito di gran parte del personale con cui aveva collaborato in Polonia, trasforma l’ex fabbrica in un efficiente campo di detenzione di polizia, il quarto dopo Fossoli, Borgo San Dalmazzo e Bolzano.
Si tratta, in vero, di una struttura dalla duplice funzione. E’ sia campo di transito per gli ebrei catturati nel Litorale e destinati alla deportazione ma anche luogo in cui si eliminano gli antifascisti nonché i partigiani italiani, sloveni e croati, quelli che non vengono trasferiti nei campi di concentramento in Germania.

La Risiera, come ha scritto lo storico triestino Elio Apih,  è un «un microcosmo delle forme e dei modi della politica nazista di repressione dove ebbero luogo: l’applicazione della tecnica della deportazione politica e razziale, l’applicazione delle tecniche e dei metodi di eliminazione e atti di violenza propri della logica delle SS insieme allo sfruttamento della forza lavoro dei prigionieri.»

Il lager di San Sabba, topografia di un orrore

L’ex fabbrica per la pilatura del riso, una volta occupata dai nazisti, subisce poche ma significative modifiche. Niente torri di guardia o recinzioni di filo spinato, solo un sostanziale riadattamento di alcuni spazi alle nuove esigenze del polizeihaftlager, questo il nome ufficiale della ex risiera. Tra questi il cortile interno, detto secondo cortile e gli edifici prospicenti.

Vengono creati specifici spazi per la detenzione dei detenuti come la “Cella della morte” destinata ai prigionieri in attesa di essere giustiziati o smistati ma anche luoghi per la carcerazione vera e propria, minuscole celle, diciassette in tutto, dove sono rinchiusi gli “ospiti” del campo.

La cella della morte della Risiera di San Sabba
La cella della morte, Risiera di San Sabba, Trieste

Cosi Giuseppe Giacchetti, uno dei sopravvissuti del lager triestino, ricorda quegli angusti ambienti:

«Nel cortile, in una specie di autorimessa, erano state costruite delle celle angustissime, i cosiddetti “Bunker”, rivestite di cemento,  con in mezzo un tavolaccio di legno che serviva da letto, e con una solida porta nella quale era stato praticato un piccolo foro per l’entrata dell’aria.»

Ingresso di una cella nel lager della Risiera di San Sabba
Ingresso di una cella nel lager della Risiera di San Sabba

In quei loculi i nazisti ammassano anche più di sei persone, una condizione di vita disumana. Ma nella ex fabbrica ci sono anche laboratori di sartoria, falegnameria e calzoleria, dove lavoravano alcuni dei carcerati; e poi magazzini, ricoveri per animali da macellare, la mensa, dove sono impiegate le compagne dei collaboratori ucraini, le camerate dei soldati, gli uffici e, infine, gli ambienti privati dei funzionari e degli ufficiali presenti nel campo.

L’elemento, tuttavia, più agghiacciante della Risiera di San Sabba è il forno crematorio, creato da Erwin Lambert, già progettista di strutture simili in altri campi di sterminio in Polonia ed entrato ufficialmente in funzione il 4 aprile del 1944 per cancellare, per sempre, i corpi di 71 ostaggi, fucilati il giorno prima.

Questa la descrizione del forno da parte del tenente delle SS Schiller:

«Dietro il cortile c’era anche una specie di crematorio. Suppongo che sia stato costruito da Lambert. Quando io arrivai a San Sabba, esisteva già questo impianto crematorio. Esso veniva messo in funzione durante la notte. Qualche volta ho prestato servizio durante la notte, non nel lager ma nella portineria. Durante il servizio notturno avevo notato che dietro il lager, presso il crematorio, c’era movimento. Ho percepito anche lo spiacevole odore di bruciato.»

Abbattuto prima dell’abbandono del campo dai nazisti il 29 aprile 1945, quel luogo di morte era composto, oltre che dalla ciminiera, anche da altri due edifici: una area destinata alle esecuzioni e alla cremazione dei corpi dei prigionieri.

L’uccisione avveniva in più modi. Fucilazione,  gassazione, seppur realizzata in modo sommario con l’utilizzo dei tubi di scappamento dei camion militari ma anche impiccagione.

Non era raro che i nazisti, a cui si aggiungevano anche i collaboratori ucraini, ricorressero a metodi ancora più cruenti, come la rottura del cranio, attraverso l’uso di una specifica mazza ferrata. Dopo la cremazione, le ceneri venivano disperse in mare, presso il molo della raffineria, non distante dalla Risiera, il tutto nel più totale silenzio, nonostante in molti, a Trieste, sapessero dell’esistenza del lager. 

Dopo l’abbandono da parte dei tedeschi del lager triestino molti testimoniarono come, specie nei giorni in  cui soffiava lo scirocco, era impossibile non percepire l’odore di bruciato.

Il processo del 1976 ai criminali della Risiera

L’occupazione della ex fabbrica da parte dei nazisti termina nell’aprile del 1945. All’indomani della liberazione quel luogo di morte cessa di esistere ma c’è ancora qualche pagina da scrivere. Passano diversi anni, l’Italia è ormai una Repubblica, gli echi della guerra, del fascismo e degli orrori perpetrati in quel vecchio opificio sono flebili suoni, smorzati da ben altre grida.

Ma a Trieste qualcuno vuole riaprire quell’album, per provare a rendere giustizia alle tante vittime della Risiera di San Sabba, il cui numero, tuttavia, non è stato mai del tutto certificato.

Gli storici sull’argomento sono divisi. Alcuni parlano di non meno di 2.000 vittime; altri ipotizzano una cifra ben maggiore, superiore ai 4.000 morti. A morire sono prevalentemente esponenti della Resistenza, vittime dei rastrellamenti che vengono condotti nella zona del Litorale, un fenomeno che interessa 8.222 persone, un quarto di tutti i deportati italiani.

Il 16 febbraio 1976, alla Corte d’Assise di Trieste, dopo un anno di indagini condotte dal pubblico ministero Claudio Coassin, si apre il processo per i crimini commessi nella Risiera di San Sabba. Sono trascorsi molti anni da quegli orribili accadimenti e per alcuni quel desiderio di giustizia è un atto tardivo, inutile, anche perché molti dei responsabili sono ormai morti. Ma la giustizia non è mai inutile, anche quando l’oblio ha steso il suo nero mantello.

Negli oltre due mesi di udienze la corte presieduta da Domenico Maltese ascolta i 30 avvocati in rappresentanza delle parti civili. Le udienze corrono rapide, scandite dalle dichiarazioni dei 174 testimoni che sfilano davanti alla corte, ricordando, non senza emozione, i drammi consumati nella Risiera di San Sabba.

Ma nell’aula spesso gremita all’inverosimile manca l’unico imputato, quel Joseph Oberhauser che nella Risiera ha ricoperto il ruolo di comandante. Mentre l’inferno del lager triestino rivive nelle testimonianze dei sopravvissuti, Joseph Oberhauser, è a Monaco, a spillare birra per i clienti del pub dove lavora.

Per lui, infatti, in base agli accordi italo-tedeschi, l’estradizione non è possibile, essendo eseguibile solo per crimini commessi dopo il 1948. Una legalissima, inaccettabile beffa, come quella che non permette di procedere nei confronti dell’altro imputato, quel Augusti Dietrich Allers, comandante dell’Einsatzkommando Reinhard, morto poco prima dell’inizio del processo.

Il 29 aprile 1976, a 31 anni esatti dall’abbandono della Risiera di San Sabba da parte dei nazisti, la corte emette l’attesa sentenza, condannando, in contumacia, Joseph Oberhauser all’ergastolo, pena che non sconterà mai, anche perché muore, tre anni dopo, il 22 novembre 1979.

Sull’utilità dei processi contro i crimini nazisti, Simon Wiesenthal pronunciò parole quanto mai significative:

«Non è solo un’esigenza di giustizia, ma anche un problema educativo. Tutti devono sapere che i delitti come questi non cadono sul fondo della memoria, non vengono prescritti. Chiunque pensasse a un nuovo fascismo deve sapere, che alla fine, sarà sempre la giustizia a vincere. Anche se i mulini della giustizia macinano lentamente.»

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